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# Connection Economy nel volley: a che punto siamo?
- URL: https://fuori-rete.ghost.io/connection-economy-nel-volley-a-che/
- Published: 2026-09-08T06:02:03.000Z
- Updated: 2026-10-19T19:13:47.000Z
- Description: Quando i palazzetti si riempiono, la crescita non passa più soltanto dai numeri: passa dalla capacità dei club di trasformare pubblico, territorio e stakeholder in una vera comunità.
- Author: Laerte Salvini
- Tags: Newsletter, #Migrated-1792437011359, #Import 2026-10-19 19:13

Si parla di crescita, di gestione, di nuovi orizzonti, di marginalità crescente. Si parla di pubblico, di contenuti, di community, di palazzetti che tornano a riempirsi. E la sensazione, oggi, è che la pallavolo italiana stia attraversando uno dei momenti migliori della propria storia recente. I numeri degli spettatori sono cresciuti. Sappiamo questo ritornello a memoria. I profili social delle società e dei giocatori hanno aumentato portata e seguito, le comunità digitali sono diventate più vive. È un tema che ormai entra anche nelle discussioni delle Leghe e nelle strategie dei club.

Il punto è che, in questo scenario, bisogna cominciare a porsi una domanda diversa. Perché la crescita non è infinita. In economia, semplificando, molte curve di sviluppo tendono a rallentare dopo una prima fase di espansione molto forte. E se guardiamo alla pallavolo degli ultimi anni, la progressione sembra evidente: una crescita più lenta negli anni precedenti, poi l’accelerazione del post Covid e un’espansione molto più marcata tra il 2021 e il 2026\. È difficile pensare che questa velocità possa restare identica per sempre.

E allora, quando i palazzetti saranno sempre più pieni (in parte già ci siamo) e sarà complicato aggiungere fisicamente nuovi spettatori, bisognerà allargare il concetto stesso di economia dello sport. Espandere il raggio d’azione. Aumentare il punto di vista.

Un esempio, e ne parliamo oggi su *Fuori Rete*, è quello della **reciprocità nel rapporto tra club e stakeholder**, o, se vogliamo dirla in modo più semplice, tra club e tifoso.

Perché siamo abituati a ragionare in termini molto lineari. Il tifoso sostiene la squadra, compra il biglietto, acquista la maglia, guarda la partita in televisione, segue i social, porta un amico al palazzetto. La pandemia, da questo punto di vista, ci ha ricordato una cosa persino banale: senza pubblico lo sport perde una parte essenziale della propria natura.

Ma possiamo aggiungere un livello.

Non solo: **quanto dà il tifoso al club?**

Ma: **che cosa sarebbe disposto a fare per il club?**

È una domanda diversa. Ed è proprio da qui che parte questa riflessione.

La scintilla arriva da un ragionamento di Sean Griffey, cofondatore di Industry Dive, che ha provato a costruire una scala del rapporto tra una pubblicazione e i suoi lettori: si parte da chi ha semplicemente sentito parlare di una testata, si passa da chi ne legge un contenuto, poi da chi la utilizza abitualmente per informarsi e si arriva infine al livello più difficile da misurare: quello del fan.

Trasportare quel modello integralmente nel volley sarebbe fuorviante. Ma usarlo come lente, no. Un media, del resto, è un punto di contatto tra contenuti, valori e persone. Un club sportivo, in una forma diversa, fa qualcosa di molto simile: produce intrattenimento, costruisce un’identità, veicola messaggi, crea appartenenza e prova a trasformare una fruizione occasionale in una relazione.

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## Come misurare la fidelizzazione

Prendiamo una squadra di SuperLega, di A2 o una realtà ai vertici del proprio territorio e facciamoci la stessa domanda: **che cos’è questa squadra per chi vive nella sua area?**

La prima risposta potrebbe essere: “La conosco”.

Un gradino dopo: “È una squadra che seguo”.

Poi arriva un livello più profondo: “È la squadra per cui vado al palazzetto, compro il biglietto, guardo le partite, seguo i social”.

E infine c’è il passaggio decisivo: **“È la mia squadra”**.

Qui entra in gioco l’identificazione. In letteratura viene definita come la connessione psicologica tra individuo e squadra, e numerosi studi hanno cercato di misurare quanto questa relazione influenzi i comportamenti del pubblico. Una meta-analisi pubblicata su *Frontiers in Psychology*, ad esempio, ha trovato una relazione medio-grande tra team identification, intenzione di assistere alle partite e intenzione di acquistare merchandising, con effetti rispettivamente di 0,39 e 0,42.

Un’analisi più ampia, pubblicata nel *Journal of Global Sport Management*, ha poi messo insieme 52 studi e oltre 43 mila partecipanti, trovando associazioni significative tra identificazione con la squadra e presenze allo stadio, consumo dei media, acquisto del merchandising e passaparola. Quest’ultimo dato è particolarmente interessante: l’identificazione non resta necessariamente dentro il rapporto individuale tra tifoso e club, ma può propagarsi verso altri.

E qui arriviamo al secondo elemento: **il territorio**.

Uno studio pubblicato sull’*International Journal of Sports Marketing and Sponsorship* ha analizzato insieme team identification e place identification, mostrando che il senso di appartenenza al luogo può avere un peso particolare proprio nei tifosi meno identificati con la squadra. In altre parole: per chi non ha ancora costruito un legame forte con il club, sentirsi parte di quella città, di quella provincia, di quel territorio può diventare una leva per scegliere di essere presente.

È una chiave di lettura estremamente interessante per la pallavolo italiana, perché una delle sue caratteristiche più affascinanti è proprio questa: le massime serie sono piene di realtà territoriali, spesso di provincia, che diventano espressione di comunità molto più grandi della sola società sportiva. Grottazzolina, Conegliano e molte altre raccontano, con forme diverse, proprio questo fenomeno.

La squadra allora non è soltanto una squadra. Può essere un luogo, un’abitudine, un pezzo di identità, un punto di incontro.

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## I limiti strutturali del palazzetto

Ed è qui che arriva il problema, ma anche l’opportunità.

Perché il palazzetto, per quanto centrale, è un contenitore finito. Se continuiamo a crescere, arriveremo inevitabilmente a un punto in cui non sarà più possibile trasformare ogni unità di attenzione in un posto occupato.

E quindi bisogna espandersi.

Digitalmente, perché la partita non può essere l’unico momento nel quale esiste il rapporto con il club.

Relazionalmente, perché il tifoso non deve essere soltanto destinatario di un messaggio, ma parte di una comunità.

Commercialmente, perché l’attenzione deve poter generare valore anche oltre il biglietto.

Territorialmente, perché la squadra può diventare un’infrastruttura culturale e sociale del proprio territorio, non soltanto sportiva.

È una trasformazione già evidente in altri settori dell’economia dell’intrattenimento. E la ricerca sullo sport suggerisce che le comunità di tifosi non siano semplicemente gruppi di spettatori: le relazioni tra fan, club e territorio possono contribuire alla costruzione del valore stesso. Uno studio sulla brand community sportiva ha sottolineato proprio l’importanza delle relazioni tra tifosi, mentre la letteratura sui supporter come stakeholder li considera sempre più come soggetti capaci di incidere sui comportamenti e sulle scelte delle società.

Riempito il palazzetto, si può andare oltre. Si può capire cosa fare con le persone che lo hanno già riempito.

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## Dal fan alla reciprocità

La parola può sembrare astratta, ma il concetto è piuttosto concreto.

Nelle scienze sociali la reciprocità descrive un rapporto nel quale esiste uno scambio di azioni, risorse o benefici tra le parti nel tempo. Non necessariamente uno scambio identico e simultaneo: quello che conta è la percezione di un rapporto nel quale entrambe le parti danno e ricevono qualcosa.

Nel nostro caso significa smettere di chiedersi soltanto quanto tempo il tifoso trascorra con il club e iniziare a domandarsi **che cosa sarebbe disposto a fare spontaneamente per quel club**.

Condividere un contenuto senza che nessuno glielo chieda.

Portare un’altra persona al palazzetto. Partecipare a un’iniziativa. Rispondere a una richiesta della società. Tutti elementi semplici ma dal grande valore. Ma soprattutto, sono tutte forme diverse di reciprocità. E alcune valgono probabilmente più di una visualizzazione.

È il passaggio dalla fan base alla **fan community**. Dal pubblico che consuma al pubblico che partecipa.

Ed è anche la parte più difficile da misurare. Griffey osserva che non esiste una vera “reciprocity score” pronta da mettere in dashboard: bisogna testarla attraverso comportamenti concreti, richieste, risposte, disponibilità, passaparola.

Per un club potrebbe diventare una domanda molto semplice: se domani chiedessimo ai nostri tifosi di aiutarci in qualcosa, quanti lo farebbero senza ricevere nulla in cambio?

Quella risposta forse ci direbbe più cose di un migliaio di impression.

## I nuovi orizzonti

La pallavolo si trova in una fase nella quale la crescita può ancora produrre risultati straordinari. Ma proprio perché il movimento sta crescendo, prima o poi bisognerà smettere di considerare il pubblico come un bacino da riempire e iniziare a considerarlo come un patrimonio da coltivare.

Il tifoso può dare tempo, denaro, conoscenza e reputazione. Può essere spettatore, cliente, follower, abbonato. Ma può anche diventare ambasciatore, volontario, segnalatore, produttore di contenuti, parte attiva della comunità.

È qui che il concetto di **Connection Economy** diventa interessante per il volley. Un passaggio fondamentale per passare dalla ricerca di “nuove persone” al tentativo di “connetterne” il più possibile.

Perché il vero limite del futuro potrebbe non essere il numero di posti disponibili nel palazzetto. Potrebbe essere la nostra capacità di costruire relazioni abbastanza forti da continuare a esistere anche quando quei posti saranno tutti occupati.

La prossima frontiera, allora, non è necessariamente un palazzetto più grande.

È un rapporto più grande tra il club e il suo territorio.

E forse la domanda da fare a un tifoso, domani, non sarà più soltanto “quanto ti piace questa squadra?”.

Sarà molto più semplice. Degna di una love story: “**Cosa faresti per lei?”**