Giocatrice e parte della lega stessa: il modello LOVB raccontato da Anne Buijs

Un ruolo che in Italia non esiste. La veterana olandese spiega come funziona l'internship della lega americana e cosa la Serie A1 potrebbe imparare dall'esperienza nel giovane campionato

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Giocatrice e parte della lega stessa: il modello LOVB raccontato da Anne Buijs

Per capire bene le dinamiche di ogni ambiente, conoscere chi vive quello stesso nel quotidiano è fondamentale. Gli iscritti più fedeli di Fuori Rete sanno quanto la LOVB mi abbia da sempre incuriosito. Oggi su queste colonne ho la possibilità di offrire un punto di vista unico. Quello di una giocatrice che, quando la incontri, hai l'impressione che abbia vissuto tre o quattro carriere in una sola. Ho raggiunto telefonicamente dali states Anne Bujis, dove da questa stagione gioca la sua avventura più nuova, e mi ha colpito la naturalezza con cui parla di volley e di tutto ciò che gli sta intorno. Ne è uscita una chiacchierata su un mondo - quello della lega americana - che in Italia conosciamo ancora poco, e che vale la pena raccontare per intero.

Per quei pochi che non la conoscessero, Bujis è una schiacciatrice olandese classe 1991 figlia d'arte, ha giocato in tutto il mondo, inclusa l'Italia (Busto Arsizio, Monza, Novara e Chieri) prima di trasferirsi oltreoceano. In carriera ha vinto nove scudetti in cinque Paesi diversi e diverse coppe europee da MVP. Con la nazionale olandese, di cui è stata capitana fino al 2024, ha conquistato due argenti europei, un bronzo nel Grand Prix e uno storico quarto posto alle Olimpiadi di Rio.

Atleta e stagista: il progetto che in Italia non esiste

Da questa stagione Anne gioca alla LOVB Nebraska, insieme alla moglie Ana Carolina “Carol” da Silva, centrale brasiliana e medaglia olimpica. E proprio negli Stati Uniti ha vissuto un’esperienza che in Italia non ha equivalenti: essere allo stesso tempo atleta professionista e “stagista” della lega stessa. È il LOVB Summer Internship Program, un percorso formativo che la League One Volleyball dedica ogni estate ad alcune sue giocatrici, dando loro la possibilità di lavorare dietro le quinte dell’organizzazione, conoscere il funzionamento dei vari reparti aziendali e iniziare a immaginare una carriera oltre il campo. Attraverso mentorship, workshop e progetti concreti, le atlete contribuiscono al lavoro della lega mentre costruiscono competenze utili per il dopo. Quest’anno il programma coinvolge dodici professioniste distribuite tra marketing, media, partnership, analisi dati, merchandising e risorse umane. Anne, insieme all’ex giocatrice Juliann Faucette, è stata assegnata all’area Athlete Experience.

Un corteggiamento lungo tre anni

Le ho chiesto come sia nato questo legame, e la risposta parte da lontano. “Con LOVB - si pronuncia ‘love’ - abbiamo iniziato a parlare già tre anni fa, quando giocavo ancora a Novara. Fecero un’offerta, ma non era il momento giusto e dissi di no. Però siamo rimasti in contatto. La lega americana mi ha sempre incuriosita: gli Stati Uniti hanno una nazionale fortissima e una cultura sportiva enorme, e fin dall’inizio mi ha colpita il modo in cui volevano costruirla, partendo dalle persone. Sono attenti ai diritti umani, ai progetti sociali. Per me significava guardare la pallavolo da un’angolazione completamente diversa”.

Quella dell’internship, racconta, non era nemmeno una cosa che sapeva esistesse. “Onestamente non ne avevo idea. È un progetto che nasce dal loro voler formare le persone che hanno voglia di imparare e crescere. E io un’istruzione vera non ce l’ho: ho finito il liceo e poi ho iniziato a giocare in giro per l’Europa. Così l’ho vista come un’occasione preziosa per capire cosa c’è dietro le quinte. Io sono sempre stata davanti alla scena, a giocare, ma dietro c’è tutta un’organizzazione. Mi sono candidata, hanno scelto me tra tante, e sono contentissima. Oggi (ieri per chi legge ndr) era il primo giorno, quindi ancora non so esattamente cosa farò: so solo che l’idea è quella di usare la nostra esperienza da giocatrici anche all’interno della struttura”.

Come si tengono insieme i due ruoli

Il punto che più incuriosisce, spiegandolo a chi legge dall’Italia, è proprio come si tengano insieme i due ruoli. Da noi il direttore sportivo e le atlete sono due mondi separati; là convivono nella stessa persona. “Funziona perché la stagione americana è corta, dura sei mesi: preparazione ufficiale dal primo novembre, campionato da gennaio ad aprile. L’internship invece è come uno stage estivo, due o tre mesi, dieci-venti ore a settimana. Non è un lavoro d’ufficio a tempo pieno, e soprattutto non si sovrappone alla stagione. Sono due momenti diversi dell’anno”.

Ed è qui che Anne tocca il nervo scoperto, con una franchezza che non nasconde. “Rispetto all’Italia c’è un modo diverso di vedere le giocatrici. Non voglio parlarne in senso negativo, e vorrei fosse chiaro questo, ma in Italia arrivi perché sei brava e devi fare punti. Sul piano personale si interessano poco a te: arrivi un po’ come un prodotto, devi realizzare punti, e se fai bene tutto va benissimo, altrimenti prendono un’altra. Con LOVB conta di più la storia della persona, come si può costruire un ambiente positivo per gli esseri umani attorno al progetto”.

Una lega, un solo progetto

Una filosofia resa possibile, sostiene, dalla natura stessa della lega, che è oggi un’unica organizzazione. “L’anno scorso c’erano sei squadre, quest’anno saranno dieci, ma fanno tutte capo alla stessa struttura. A loro non interessa se vince Austin, Nebraska, Houston o Atlanta: è tutto lo stesso progetto. Stanno costruendo le fondamenta di una lega professionistica. In futuro le cose si separeranno, ma ora si ragiona come un corpo unico. È l’opposto delle sfide a cui siamo abituati in Italia, dove c’è Conegliano contro Novara ad esempio, dove ogni club insegue gli sponsor della propria regione e la logica è quella del ‘mangia o vieni mangiato’. Qui, per adesso, siamo tutti dentro lo stesso disegno e vogliamo tutti che vada avanti, che le persone crescano e con loro cresca l’organizzazione”.

Cosa può imparare l’Italia

Le ho chiesto allora cosa possa prendere il campionato italiano da questo modello, considerando che la Serie A1 sta investendo molto in comunicazione ma resta lontana dal linguaggio americano. “Credo sia una questione di fondamenta, e non riguarda solo la pallavolo: vale per lo sport in generale, il calcio compreso, dove un’identità deve battere l’altra. Loro invece partono dalla persona: come aiuto un’atleta a stare bene? Come costruisco una lega che abbia senso per la giocatrice? Per questo la rendono più corta, con una pausa natalizia di dieci giorni. Questo ovviamente è reso possibile perchè non ci sono, come in Italia, quattordici squadre più Coppa Italia più e per le big anche la Champions e le coppe europee. È tutto più sostenibile”.

C’è poi un dettaglio che in Italia suonerebbe rivoluzionario. “Ogni due settimane c’è un incontro tra le giocatrici e la lega: non tutte, ma alcune rappresentanti per squadra. Ci chiedono cosa ci è piaciuto, cosa cambieremmo, cosa pensiamo di una regola che magari vogliono modificare. Le atlete sono coinvolte davvero, hanno voce in capitolo. Non si ragiona mai dall’alto verso il basso, ma in un certo senso dal basso (le giocatrici e le loro opinioni) verso l’alto (i vertici della lega): chiunque può aggiungere valore o idee. Poi certo, una linea guida c’è, e le decisioni finali le prendono i direttori, ma ascoltano moltissimo l’esperienza di tutti. Se devo dire cosa può imparare l’Italia, è proprio questo: ascoltare di più le giocatrici, rendere la lega più vivibile per le atlete. Così magari si allungano anche le carriere. Perché lo stress in Italia, e forse in Europa, è di un altro tipo”.

Un modello che inizia a fare scuola

Un modello, del resto, che sta iniziando a contagiare anche gli altri. “Vogliono raggiungere un pubblico anche internazionale. Negli Stati Uniti esiste già un campionato universitario incredibile, con le giocatrici che si spostano in jet privati e un giro di soldi molto importante, ma non è professionistico. LOVB sta provando a costruire proprio quel livello. E si vede già che altri, come la VNL, stanno adottando regole che loro applicano da due anni. Tutti guardano a cosa fa LOVB: è diventata una delle protagoniste del mercato, e questo fa bene alla pallavolo in generale. Il livello cresce, le squadre crescono. Spero che riescano ad arrivare anche ai mercati internazionali, perché alcune cose sono diverse, hanno una Western e una Eastern Conference, una struttura tutta diversa dalla nostra. Bisogna abituarsi. Ma spero che quel pubblico internazionale, prima o poi, arrivi”.

Uno sguardo oltre la rete

Alla fine della nostra chiacchierata resta l’impressione di aver parlato con qualcuno che sta imparando a guardare la pallavolo da un altro punto di osservazione: non più solo dal campo, ma anche da dietro le quinte, là dove le leghe si costruiscono e si decidono. Per un’atleta che ha girato il mondo e visto ogni modello possibile, la scommessa americana non è soltanto una nuova squadra o un nuovo Paese, ma un modo diverso di pensare al proprio mestiere e a ciò che verrà dopo. Se poi qualcuna di queste idee finirà per attraversare l’oceano e mettere radici anche da noi, come già sta accadendo altrove, sarà tutto il movimento a guadagnarci. Nel frattempo, Anne continua a fare quello che le riesce meglio: giocare, imparare e, a modo suo, tracciare la strada.