Il 3 a 2 con la Finlandia: cosa racconta davvero la sconfitta degli azzurri a Torino
L'Italia esce ai quarti dell'Europeo, battuta al tie break da una Finlandia mai così vicina alla storia. Oggi la sconfitta ha un peso, ma il più rilevante risiede nel come osserviamo il percorso fatto
Il PalaVela di Torino ha ospitato una partita vera, prima ancora che una sorpresa. L’Italia è andata avanti 1 a 0, ha subito la rimonta finlandese, ha riportato il match al tie break, e alla fine ha ceduto 13 a 15. Cinque set, centotrentacinque minuti, ottomiladuecentosessanta spettatori sugli spalti. Voglio partire da qui, dalla pallavolo giocata, perché è il punto che rischiamo di perdere più facilmente quando un’eliminazione di questo peso arriva a fine stagione.
Proviamo a tenere insieme due fatti che di solito raccontiamo separatamente. L’Italia ha perso. La Finlandia, oggi semifinalista dell’Europeo, ha vinto. Suona ovvio, detto così, ma è proprio questa doppia verità a rendere la sconfitta più interessante di una semplice cronaca del quinto set.
Cosa significa davvero transizione
Il 2026 verrà ricordato come un’estate senza podi per il movimento giovanile italiano. L’Under 18 ha chiuso quarta, fermata prima dalla Francia e poi dalla Bulgaria nella finale per il bronzo. L’Under 22 ha avuto un percorso più duro, con sconfitte pesanti anche contro Repubblica Ceca e Francia.
Poi è arrivata la Nazionale maggiore, e qui la parola transizione va maneggiata con più cura di quanta gliene diamo di solito. De Giorgi ha continuato a costruire sulla stessa ossatura degli ultimi anni, Giannelli, Romanò, Lavia, Bottolo, Balaso, inserendo qualche innesto giovane come Mati. La squadra ha chiuso il girone con cinque vittorie su cinque, ha superato la Danimarca agli ottavi, e si è presentata ai quarti con lo stesso nucleo che ci ha abituati a vincere.
Vale la pena chiedersi quanto sia davvero in transizione una squadra che conserva così tanto della propria identità. Domanda aperta, non un’accusa. Ma se dal 2021 al 2025 De Giorgi ci ha regalato un livello straordinario di rendimento, è normale che il passato pesi sul presente: ogni vittoria diventa la conferma di una regola, ogni sconfitta un’eccezione da spiegare. Forse il primo esercizio utile è smettere, almeno per una volta, di guardare questa Italia attraverso ciò che ha già vinto.
Il problema di essere sempre quelli che vincono
C’è poi un tema di comunicazione che mi interessa più del risultato in sé. Abbiamo raccontato per anni questa Nazionale come una squadra che, arrivata a una grande manifestazione, deve arrivare in fondo. È un racconto che nasce da fatti reali, ma anche una narrazione vera, ripetuta abbastanza a lungo, finisce per diventare una lente che deforma quello che guardiamo. Se l’Italia è quella che vince sempre, allora ogni difficoltà diventa carattere, così come ogni rimonta diventa mentalità e ogni set perso diventa gestione. E quando arriva una sconfitta, la spieghiamo con l’eccezionalità dell’avversario, o con la fisiologia di un ciclo che finisce.
La Finlandia ci obbliga a cambiare l’inquadratura. Alcuni segnali di difficoltà, in realtà, non sono comparsi all’improvviso nel quinto set del 23 settembre. La squadra aveva vinto il girone, sì, ma aveva anche lasciato per strada set pesanti, fino al 3 a 2 sofferto contro la Slovenia nell’ultima giornata della pool. Qualcuno dirà che è arrivato a qualificazione ottenuta, con molto turnover. Parliamo sempre di un gruppo di seconde linee dal blasone internazionale, al quale la Slovenia, oggi in semifinale, ha messo in luce più di qualche lacuna. Quei segnali forse non bastavano a prevedere l’eliminazione. Restava comunque un buon motivo per guardarli con più attenzione, invece di archiviarli come normale amministrazione.
Le scelte di De Giorgi, e i controfattuali che non avremo mai
Qui entra il lavoro del commissario tecnico, e vorrei affrontarlo senza trasformarlo in una sentenza scritta con il senno di poi.
Penso a Bovolenta rimasto fuori dai convocati. Penso a Mati, passato dalla seniores all’Under 22 e poi di nuovo in prima squadra, un percorso che apre più di un interrogativo su come stiamo gestendo i nostri giovani migliori. Bovolenta avrebbe cambiato la partita con la Finlandia? Non lo sapremo mai, ed è proprio questo il punto: costruire una Nazionale in una fase di passaggio significa scegliere ogni volta tra ciò che offre più garanzie oggi e ciò che può valere qualcosa domani, e non esiste una risposta valida in ogni circostanza.
Le Nazionali non sono formule matematiche. Aggiungere il giocatore più forte sulla carta non produce automaticamente la squadra più forte in campo. Lo stesso vale per Mati: non possiamo sapere quanto il continuo passaggio tra categorie abbia inciso sul suo rendimento, ma possiamo chiederci quanto conti, per un ventenne di talento, avere continuità di ruolo e di responsabilità. Sono domande più interessanti di qualsiasi pagella.
Quello che non possiamo vedere da fuori
Mi è rimasta addosso, guardando questa estate azzurra, la sensazione di un gruppo meno acceso rispetto ad altri anni. Ma voglio essere onesto su cosa sia davvero questa sensazione: un’impressione, costruita su immagini esterne, un’esultanza, un timeout, uno sguardo in panchina.
Cosa succedesse dentro lo spogliatoio, sinceramente, non lo so, e nemmeno voi lo sapete, a dirla tutta. Nessuno di noi lo sa. Siamo diventati bravissimi a leggere le emozioni che una squadra mostra davanti a una telecamera, ma un gruppo non si misura dalla quantità di sentimento che sceglie di mettere in vetrina. Vale la pena chiedersi quanto siamo condizionati, nel giudicare una squadra, da quello che quella squadra decide di farci vedere. Anche questa è pallavolo, anche se si gioca fuori dal campo.
La Finlandia non è un’eccezione, è un sintomo
E poi c’è lei, la Finlandia, che fino a qualche giorno fa avremmo probabilmente messo nella categoria delle possibili sorprese. Oggi è in semifinale, e non ci è arrivata sfruttando semplicemente le imperfezioni azzurre: le ha riconosciute e le ha attaccate con un piano preciso.
Il 3 a 2 racconta bene questa capacità. Primo set vinto dall’Italia, secondo perso ai vantaggi, terzo sofferto nettamente, quarto e quinto riportati in equilibrio fino al 10 a 8 azzurro prima del parziale decisivo finlandese. È il genere di partita che dice molto su dove sta andando il volley europeo: sempre più verso il dettaglio, sempre più verso lo studio dell’avversario, sempre più verso squadre che arrivano preparate a giocare non solo la propria pallavolo, ma anche la tua.
La domanda giusta, credo, non è se la Finlandia sia diventata improvvisamente forte. È quanto siamo pronti ad affrontare un’Europa in cui il numero di squadre davvero competitive continua a crescere.
Un vantaggio che si esporta, non si conserva
C’è un paradosso, in tutto questo, che trovo quasi bello. L’Italia continua a fare scuola: basta guardare quanti allenatori e staff italiani lavorano ai massimi livelli internazionali. Il nostro sistema esporta competenze, metodo, cultura tecnica, ed è un patrimonio enorme.
Proprio per questo, però, dovremmo prenderlo come uno stimolo invece che come un vezzo. Ogni allenatore che parte, ogni metodo che viaggia, ogni competenza che finisce in un’altra federazione contribuisce ad alzare il livello generale. È così che uno sport cresce, e la pallavolo europea sta diventando più competitiva, non meno italiana. Lo dimostra la Bulgaria, vicecampione del mondo, eliminata dalla Germania al tie break. Lo dimostra la Finlandia in semifinale. Sono segnali di una geografia che si muove, e non serve sminuire l’Italia per riconoscerli. Se il nostro movimento ha costruito davvero qualcosa di solido, dovrebbe essere capace di leggere la crescita altrui come la naturale conseguenza di uno sport che interessa sempre più persone, sempre più federazioni, sempre più allenatori. E più diventa difficile vincere, più vale la pena provarci bene.
Cosa resta di questa estate
Non la archivierei come una tragedia, e la parola transizione, da sola, mi sembra un’etichetta comoda, che spesso serve più a noi che a chi gioca.
Una stagione senza medaglie, per un movimento abituato a vincere, può essere utile proprio perché obbliga a farsi domande che una medaglia avrebbe rimandato ancora una volta. Quanto spazio diamo ai giovani, davvero? Quanto li prepariamo alla responsabilità? Quanto leggiamo le partite oltre il punteggio finale? Quanto siamo disposti ad accettare che la Nazionale, una volta ogni tanto, non sia la favorita?
Tra meno di un mese riparte la SuperLega, con vecchie certezze, nuove risorse, e parecchi azzurri di belle speranze. È da lì, credo, che conviene ripartire: dalla programmazione, dal lavoro, dal coraggio di scegliere. Sognare una finale o una medaglia resta legittimo, anzi doveroso. Ma il sogno non può trasformarsi in un obbligo automatico legato al nome sulla maglia. Arrivare in fondo non è un diritto acquisito insieme alla maglia azzurra: succede quando, quella volta lì, si costruisce davvero una squadra capace di arrivarci. È una differenza piccola sulla carta, enorme in campo.
Nel frattempo arriveranno altre Finlandia, ed è forse proprio questo il bello dello sport: cresce quando qualcuno prova seriamente a raggiungerti. La sconfitta, ogni tanto, serve solo a ricordarci che il tetto non è un posto dove si vive per sempre. È un posto che, ogni volta, bisogna tornare a conquistare.