Il costo nascosto di giocare: come la riforma dello sport ha messo in ginocchio le piccole ASD

Tassazioni che cambiano, bandi che pongono più o meno implicitamente barriere all'entrata. Nei meandri delle piccole Asd a servizio del territorio si nascondono criticità strutturali evidenti.

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Il costo nascosto di giocare: come la riforma dello sport ha messo in ginocchio le piccole ASD

Vi siete mai chiesti cosa c’è alla base della piramide della nostra pallavolo? Da dove, inevitabilmente, parte il viaggio umano in primis, dei campioni che tra maschile e femminile hanno reso l’Italia grande, portando a tutto il movimento la sensazione di essere invincibili.

Chi legge Fuori Rete sa che spiegare la pallavolo è sempre stato l’obiettivo di questo spazio. L’ho fatto parlando delle grandi squadre, dei loro successi in campo e fuori. Abbiamo parlato di mediaticità del prodotto, di business applicato alle strutture, fisiche e digitali. Ora che la community sta crescendo, come avrete visto anche nelle ultime uscite, ho pensato di dedicare qualche numero all’altro lato della medaglia. All’attività di base. Che non sforna campioni, quelle sono eccezioni, ma sicuramente contribuisce a creare la società del futuro. Il valore delle ASD oggi è inestimabile. Analizzarne le criticità, tanto per il punto di vista di chi è dietro la scrivania, tanto per chi gioca, è un obiettivo che da qui ai prossimi mesi vorrei portare.

Come sempre, il dibattito è la fiamma che accende ogni focus, e mai come in questo caso, il contributo di ognuno può essere una spinta per provare a portare sempre più al pubblico contenuti poco discussi dai media. Buona lettura!

Partiamo allora dall’incipit. Quando la pallavolo italiana vince, lo fa in modo fragoroso. Tre coppe europee consecutive nella maschile, una nazionale femminile che ha trascinato centinaia di migliaia di persone davanti agli schermi, palazzetti sold out, diritti televisivi in crescita. Eppure, a pochi chilometri da quel palcoscenico, in palestre scolastiche che non vengono ristrutturate da anni, qualcosa si incrina. Lo fa silenziosamente, senza comunicati federali, senza dibattiti in assemblea. Lo fa nei bilanci delle associazioni sportive dilettantistiche, nelle tasche degli istruttori che insegnano per rimborsi chilometrici da centocinquanta euro al mese, nelle rette che nessuno osa alzare per paura di perdere iscritti.

Alessandro Mele lo sa meglio di quasi chiunque altro. Presidente della Julia Volley Roma, ha scelto di trattare la sua ASD come un’impresa. Controllo di gestione, pianificazione pluriennale, separazione netta tra il ruolo di presidente e quello di allenatore. Un’anomalia, nel panorama italiano del volley di base. Un’anomalia che gli ha permesso di sopravvivere indenne a una stagione di riforme che ha fatto naufragare molte realtà meno attrezzate. “Io la botta non l’ho accusata perché ho programmato”, racconta. “Ma molte associazioni non hanno questa preparazione”.

Quando la norma giusta arriva nel momento sbagliato

Cerchiamo di spiegarlo in modo semplice. Tra il 2023 e il 2024, il sistema sportivo dilettantistico italiano ha attraversato la più profonda rivoluzione normativa degli ultimi vent’anni. Due decreti, entrambi giusti nei principi, entrambi devastanti nella tempistica.

Il primo è il D.Lgs. 36/2021, la cosiddetta riforma del lavoro sportivo, entrata in vigore il 1° luglio 2023 dopo mesi di rinvii e correttivi. La legge ha ridisegnato le soglie di esenzione fiscale e contributiva per i collaboratori delle ASD: sotto i cinquemila euro annui di compenso, esenzione totale da imposte e contributi INPS; tra i cinquemila e i quindicimila, esenzione dall’IRPEF ma obbligo di versare i contributi alla Gestione Separata; oltre i quindicimila, tassazione ordinaria su tutto. Prima dell’entrata in vigore della riforma, la soglia di esenzione completa si attestava a quindicimila euro - un terzo in più rispetto all’attuale. Quella cifra era già stata abbassata a diecimila in una fase intermedia, poi compressa ulteriormente fino al limite attuale.

Il meccanismo è, in teoria, un passo di civiltà: per la prima volta, gli istruttori sportivi vengono riconosciuti come lavoratori, iniziano ad accumulare contributi previdenziali, acquisiscono tutele che prima non esistevano. Il problema è chi paga il conto di questa transizione. Per i compensi che superano la soglia, la ritenuta d’acconto è del venti per cento. Un terzo dell’onere fiscale aggiuntivo ricade sull’associazione, che deve anticiparne la quota come sostituto d’imposta. L’altra parte ricade sul lavoratore. “Norma giustissima, molto giusta perché aiuta a classificarci meglio come un settore che produce economia”, dice Mele, “ma questa norma è andata a ricadere sul lavoratore e sulle associazioni che non è che hanno tenuto gli stessi stipendi: hanno dovuto pure abbassare gli stipendi per far sì che non stiano con la corda strozzata da un giorno all’altro.”

Il risultato pratico, documentato da decine di presidenti di ASD in tutta Italia, è paradossale: una legge concepita per valorizzare il lavoro sportivo ha prodotto, in molti casi, una contrazione dei compensi reali. Chi non aveva i margini per assorbire il maggior costo fiscale ha semplicemente abbassato le buste paga, oppure ha cercato soluzioni creative per restare sotto la soglia - artificialmente, spezzando i contratti, distribuendo ore tra collaboratori diversi. Il settore non era pronto. La legge era pronta.

Il secondo fronte di impatto è il safeguarding obbligatorio, introdotto dal D.Lgs. 39/2021 (articolo 16) e dal D.Lgs. 36/2021 (articolo 33), con la delibera CONI n. 255 del luglio 2023 a dare le scadenze operative. Ogni ASD e SSD affiliata era tenuta ad adottare un Modello Organizzativo e di Controllo (MOG) e un Codice di Condotta entro il 31 agosto 2024, e a nominare un Responsabile Safeguarding entro il 31 dicembre dello stesso anno. Dal 1° gennaio 2025, l’adozione di questi strumenti è diventata condizione sine qua non per l’affiliazione federale: chi non si adegua viene cancellato d’ufficio dal Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche. Le sanzioni per inadempienza, nei casi più gravi, possono raggiungere un milione e mezzo di euro.

La norma è sacrosanta: il safeguarding introduce protocolli formali contro abusi, molestie e discriminazioni nei confronti di minori e atleti, e colma un vuoto che nel mondo dello sport amatoriale italiano era rimasto aperto per decenni. Il nodo, ancora una volta, è il costo. Redigere un MOG a norma, se ci si affida a un professionista, richiede il supporto di un consulente legale specializzato: in questo caso il prezzo di mercato parte da duemila euro, e sale rapidamente al crescere della complessità dell’associazione. “Creare la pratica di safeguarding, se ci si rivolge a un professionista, a costo di mercato costa dai duemila euro in su”, spiega Mele. Questo inevitabilmente si riflette sui costi.

Ho cercato in tutta Italia riscontri e pareri di chi, con tanta passione, porta avanti progetti di base. A tal proposito ringrazio chi ha deciso di rispondere presente al mio appello. Un’altra voce dal territorio, che ha deciso di restare anonima, raccolta tra i responsabili amministrativi di piccole realtà sportive del centro-sud, descrive la struttura economica di queste associazioni con altrettanta concretezza: si vive quasi interamente sulle rette degli iscritti, cinquantacinque euro al mese per gli agonisti, quaranta per gli amatoriali, e da quelle entrate bisogna sottrarre affiliazione federale, tesseramenti, diritti di segreteria, omologazione dei campi, canoni per le palestre, pulizie, materiale tecnico. Il margine operativo, in questo contesto, è una variabile che oscilla attorno allo zero. Aggiungere a quella lista costi fiscali imprevisti e improvvisi non significa stringere la cinghia: significa, per molte realtà, iniziare a contare le settimane che mancano alla chiusura.

“Quello che è successo”, sintetizza Mele con una certa durezza, “è che invece di preparare il settore, hai soltanto caricato la roba su chi ci sta dentro, creando sicuramente un momento di cambiamento, ma con molte associazioni che lavoravano magari onestamente in seconda divisione di pallavolo che facevano pagare le quote poco. Da un anno all’altro non puoi chiedere ai propri iscritti di pagare di più.”

Il paradosso costituzionale degli impianti

C’è un secondo livello di contraddizione, più fisico e meno normativo, che riguarda l’accesso agli spazi in cui si gioca. A Roma, secondo le stime raccolte da più fonti che hanno chiesto di restare anonime, il novanta per cento delle associazioni di pallavolo dilettantistica utilizza impianti pubblici - palestre scolastiche municipali o provinciali - a cui si accede attraverso bandi quadriennali. Il canone per una struttura comunale si aggira tra i tre e i quattro euro l’ora. Una palestra privata convenzionata, per chi non riesce ad aggiudicarsene una pubblica, può costarne cinquanta. Non è una differenza di prezzo: è la differenza tra la sostenibilità e l’impossibilità economica.

Il sistema dei bandi, nella capitale, si regge su una delibera del 2003 che ha continuato a fare da riferimento per vent’anni, con aggiornamenti parziali e applicazioni difformi da municipio a municipio. Il nuovo Regolamento capitolino, approvato dall’Assemblea capitolina nel maggio 2025, ha introdotto correttivi significativi: l’obbligo per le scuole di motivare formalmente i rifiuti alle ASD, la possibilità per le associazioni di accedere agli spazi in cambio di lavori di riqualificazione, il divieto di concentrazione degli spazi nelle mani di pochi soggetti attraverso la gestione plurimunicipio. Ma il problema di fondo, la permanenza decennale delle stesse realtà nelle stesse strutture, non è ancora risolto, e il nuovo regolamento sta attraversando una fase di rodaggio non priva di intoppi: ad aprile 2026, due municipi romani risultavano ancora inadempienti nella pubblicazione dei bandi previsti dalla nuova disciplina, mettendo a rischio le assegnazioni per oltre centocinquanta palestre scolastiche.

I criteri che pesano maggiormente nella valutazione delle graduatorie, anche nel regime attuale, includono la storicità dell’associazione all’interno della struttura e la presenza sul territorio. Parametri in sé non arbitrari - premiare chi ha dimostrato continuità ha una sua logica - ma che producono un effetto di cristallizzazione: chi è dentro da trent’anni, resta dentro. Chi nasce oggi non può competere su quei criteri, indipendentemente dalla qualità del progetto presentato, dall’innovazione dei corsi, dalla capacità di attrarre nuovi praticanti. “Si chiama una barriera d’ingresso al mercato”, racconta una delle fonti . “Due dati che non permettono a nuove associazioni con comportamenti positivi di entrare nelle palestre pubbliche.”

Ciò che accade all’interno di molti di questi spazi assegnati rende il quadro ancora più opaco. Alcune associazioni storiche, incapaci di riempire tutte le ore della loro concessione, cedono il surplus in subaffitto ad altre realtà che non sono riuscite ad aggiudicarsi uno slot nel bando. Un bene pubblico, assegnato a canone agevolato per garantire l’accesso democratico alla pratica sportiva, diventa così una rendita di posizione. La pubblica amministrazione, che formalmente dovrebbe vigilare sull’utilizzo effettivo degli spazi assegnati, raramente interviene. I dirigenti scolastici, custodi di fatto di quelle strutture durante le ore di utilizzo extrascolastico, esercitano un controllo altrettanto episodico. “Ci sono persone che sono trent’anni che gestiscono quegli spazi”, osserva un’altra fonte, “Le nuove associazioni alla fine non hanno possibilità di entrare in una palestra per fare attività.”

Tutto questo assume una dimensione paradossale se messo in relazione con quanto lo Stato ha dichiarato di voler fare. Nel settembre 2023, la legge costituzionale n. 1/2023 ha modificato l’articolo 33 della Costituzione, inserendo un nuovo comma: “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme.” Non un diritto soggettivo pieno - come ha chiarito lo stesso ministro Abodi in sede di presentazione - ma un riconoscimento formale del valore dello sport, che impegna la classe dirigente, politica e sportiva, a renderlo progressivamente accessibile a tutti. L’obiettivo dichiarato è partire dalle periferie urbane e sociali. La realtà, sul territorio, è che il meccanismo degli impianti continua a favorire chi è già dentro e a sbarrare la strada a chi vuole entrare.

“Mi fai entrare lo sport in Costituzione e mi crei soltanto le modalità per le quali io aumento l’inaccessibilità dello sport”, confida una delle fonti che hanno scelto di non comparire con il proprio nome. Non c’è retorica, in quella frase. C’è solo l’aritmetica di chi gestisce una palestra e guarda i numeri ogni mese.

Cinque cose che questa storia ci insegna

La riforma del lavoro sportivo è una conquista di civiltà applicata male. Riconoscere gli istruttori come lavoratori, garantire loro contributi previdenziali e tutele, è un passaggio necessario e atteso. Ma ridurre la soglia di esenzione da quindicimila a cinquemila euro in pochi anni, senza un piano di accompagnamento economico per le ASD, ha prodotto l’effetto opposto a quello dichiarato: molte associazioni hanno compresso i compensi reali, non li hanno aumentati.

Il safeguarding è una norma giusta imposta con tempi sbagliati. Dotarsi di un modello organizzativo contro abusi e discriminazioni è un obbligo sacrosanto. Ma chiedere a una piccola ASD di sostenere, se si rivolge a un professionista, duemila euro di consulenza legale in un anno in cui stava già assorbendo altri aumenti dei costi equivale a una scelta politica precisa: chi non ha riserve di liquidità, o si indebita, o chiude.

A Roma (ma sono sicuro possa essere un fenomeno applicabile a tanti altri centri metropolitani), i bandi per le palestre scolastiche premiano la storicità più della qualità. Il sistema vigente - pur con i correttivi del nuovo Regolamento capitolino del 2025 - continua a rendere quasi impossibile per le associazioni giovani accedere a strutture pubbliche finanziate con denaro di tutti. Chi è dentro da decenni ha strumenti, anche informali, per restare.

Il subaffitto delle palestre pubbliche è un problema sistemico, non un’eccezione. Alcune ASD storiche cedono a terzi le ore assegnate dal bando senza che ci sia un controllo reale da parte delle scuole o dei municipi. Un bene pubblico diventa così una fonte di rendita privata. Il nuovo regolamento del 2025 introduce obblighi di motivazione e limiti alle assegnazioni plurimunicipio, ma l’applicazione è ancora nelle prime fasi.

Chi sopravvive lo fa perché tratta l’associazione come un’azienda. Controllo di gestione, previsione degli incrementi di costo, distinzione tra ruolo tecnico e ruolo gestionale: chi adotta questi strumenti assorbe gli shock normativi senza traumi. Chi li ignora è esposto a qualunque variazione delle spese fisse. Il problema è che nel volley di base italiano, il secondo profilo è di gran lunga il più diffuso.