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# Il futuro del volley femminile passa dal broadcasting, ora la nuova sfida è creare praticanti
- URL: https://fuori-rete.ghost.io/il-futuro-del-volley-femminile-passa/
- Published: 2026-07-14T05:59:34.000Z
- Updated: 2026-10-19T19:13:54.000Z
- Description: L'aumento dell'audience rappresenta un'opportunità strategica per la pallavolo italiana. Il vero nodo riguarda però il rapporto tra consumo dello spettacolo sportivo, partecipazione attiva e sviluppo
- Author: Laerte Salvini
- Tags: Newsletter, #Migrated-1792437011359, #Import 2026-10-19 19:13

## Più partite, meno giocatori

Tutti amano la pallavolo. O meglio, questa è la narrativa tradizionale. La verità è che oggi, nel momento storico in cui le leghe lavorano per essere sempre più attrattive, sempre più presenti, la percentuale di praticanti interessata a vedere e “consumare” pallavolo resta piuttosto bassa. Chi gioca oggi non ha necessariamente un interesse vivo per l’alto livello, per fruire contenuti e sentirsi avvolgere da tutto ciò che il web della pallavolo sa offrire.

La verità è che, in un pubblico per natura adulto rispetto ad altri, la pallavolo fatica ad attrarre nuovi praticanti. I numeri sono ottimi, sia chiaro, ma con i social in grande ascesa, le cifre divulgate della FIPAV subiscono di anno in anno variazioni stabili. Non serve andare in alto per osservare il fenomeno. Io mi sono fermato a osservare chi ha partecipato con me a un torneo locale di beach volley: in tanti a godersi lo spettacolo, in pochi, gli stessi di anno in anno, a giocare.

La staticità e il poco turnover non sono una novità, ed è difficile che qualcuno se ne sorprenda. Eppure ci ho ripensato leggendo l’annuncio della Lega Volley Femminile: per la stagione 2026/2027, le partite del massimo campionato italiano saranno trasmesse su RAI, DAZN, YouTube e direttamente sui canali social di club e giocatrici, con tre match a giornata distribuiti in ogni spazio in cui si trovi il pubblico. È un accordo ambizioso, il più ampio nella storia del volley italiano, e porta con sé una domanda che il comunicato non formula esplicitamente ma che su Fuori Rete avevo piacere a parlarne: **raggiungere più persone significa coinvolgerle davvero, o significa soltanto renderle più comode come spettatrici?**

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## Dalla crescita dell’audience alla costruzione di una comunità sportiva

Negli ultimi vent’anni lo sviluppo dello sport professionistico ha seguito una logica ormai consolidata: ampliare l’audience per aumentare il valore commerciale della competizione. Una maggiore esposizione mediatica attrae investimenti, gli investimenti migliorano il prodotto e un prodotto migliore alimenta ulteriormente l’interesse del pubblico. È un modello che ha dimostrato la propria efficacia, ma che tende a mostrare i suoi limiti quando la crescita quantitativa degli spettatori non si traduce in un rafforzamento della comunità che vive quello sport.

La Lega Volley Femminile non si trova ancora in quella condizione: il campionato italiano è universalmente riconosciuto come il più competitivo al mondo, ma la copertura mediatica che lo ha accompagnato è stata storicamente sproporzionata rispetto alla qualità del prodotto. L’accordo con Spike Media colma un ritardo reale e apre scenari di visibilità che fino a pochi anni fa sembravano irrealistici. Detto questo, proprio perché questo momento è di quelli che segnano una svolta, vale la pena ragionare su ciò che viene dopo: su quale tipo di pubblico si intende generare e su quale relazione si vuole instaurare tra il palcoscenico della Serie A e la base partecipativa che dovrebbe alimentarlo.

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## Lo spettatore e il praticante: due forme diverse di coinvolgimento

La distinzione più rilevante non riguarda l’intensità della passione, bensì la natura dell’esperienza. Chi pratica uno sport sviluppa una relazione cognitiva ed emotiva profondamente diversa rispetto a chi si limita ad assistere all’evento, perché interpreta ciò che osserva attraverso un patrimonio di gesti, errori e situazioni già sperimentate in prima persona. Conosce quella ricezione difficile, sa cosa significa arrivare tardi in rotazione, ha perso una partita che sentiva di poter vincere. Quando guarda una partita di Serie A non sta assistendo a qualcosa di lontano: sta misurando una distanza che ha già cercato di colmare, e quella risonanza produce un tipo di fedeltà che l’audience generica difficilmente raggiunge.

Da questa distinzione derivano conseguenze concrete per l’ecosistema sportivo. Il praticante acquista prodotti con maggiore intenzionalità, sostiene economicamente il settore attraverso l’iscrizione a società affiliate e la partecipazione a eventi, genera conversazione qualificata sui canali digitali e introduce nuovi fruitori al prodotto con una credibilità che la comunicazione istituzionale fatica a replicare. In altre parole, non è semplicemente uno spettatore più appassionato: è un moltiplicatore strutturale, capace di rafforzare la filiera del volley in modi che la distribuzione televisiva, per quanto capillare, non riesce a produrre autonomamente.

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## Perché sempre meno persone scelgono di scendere in campo

Tornando agli spalti del torneo estivo, la risposta che si sente più spesso da chi guarda senza partecipare è sorprendentemente uniforme: *non gioco perché non ho una squadra abbastanza forte.* In superficie sembra un problema organizzativo. A una lettura più attenta, rivela qualcosa di più profondo sul modo in cui una certa cultura contemporanea ha ridefinito il rapporto tra prestazione e identità.

**Zygmunt Bauman descriveva la modernità come liquida**: una condizione in cui i legami si fanno fragili, le identità si costruiscono per sottrazione del rischio e ci si espone pubblicamente soltanto dove il fallimento è contenibile. Lo sport amatoriale con la sua prestazione visibile, il giudizio immediato, la sconfitta davanti agli altri, è precisamente il tipo di arena che questa logica tende a evitare. **Carol Dweck ha descritto il meccanismo psicologico sottostante attraverso la sua teoria sulla mentalità orientata al risultato**: chi subordina la propria autostima alla vittoria finisce per escludersi preventivamente da quelle situazioni in cui potrebbe fallire, rinunciando così anche alle occasioni di crescita. Non si perde una partita: si diventa perdenti, e quella percezione è insostenibile.

La pervasività dei social network ha ulteriormente sedimentato questo schema. Il flusso quotidiano di highlight, traguardi e momenti perfetti ha progressivamente occultato il processo che li precede: le ore di allenamento, gli errori ripetuti, le esclusioni, le rinascite. Si è consolidata così un’aspettativa implicita che potremmo definire bias di eccellenza percepita: per avere legittimità sul campo bisogna già essere competenti, altrimenti è più prudente restare tra il pubblico. Un’aspettativa che il broadcasting sportivo, nella sua forma attuale, tende ad alimentare piuttosto che a correggere: ogni punto di Paola Egonu è uno spettacolo che conferma, involontariamente, che quel campo è per chi merita di starci.

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## Dal broadcasting alla partecipazione: il passaggio che manca

L’innovazione introdotta dall’accordo LVF - trasmettere le partite attraverso i canali social di club e giocatrici - porta il contenuto all’interno di comunità già formate, anziché limitarsi a proiettarlo verso un’audience indifferenziata. È una scelta che va nella direzione giusta, perché riconosce che la fruizione dello sport si è frammentata e che l’utente contemporaneo non cerca più il palinsesto: è il contenuto a doverlo raggiungere. In questa prospettiva, l’accordo segna un’evoluzione reale nel modo in cui il sistema pallavolistico italiano pensa alla propria distribuzione.

Rimane tuttavia un passaggio ancora largamente inesplorato, che non riguarda la distribuzione del prodotto ma la direzione del messaggio. Portare le partite sui profili delle giocatrici è un’operazione editoriale che parla a chi già segue quello sport o è disposto a farlo. Trasformare quell’infrastruttura in uno strumento capace di avvicinare nuove persone alla pratica richiederebbe un’intenzione narrativa diversa: non soltanto raccontare le campionesse, ma raccontare chi le imita. Il torneo estivo, la palestra di provincia, la ragazza che ha iniziato a giocare dopo aver visto la Nazionale, il quarantenne che torna in campo dopo vent’anni. Questi soggetti non sono meno interessanti dal punto di vista editoriale - sono la dimostrazione che l’ecosistema sportivo vive oltre la Serie A, e per i brand partner rappresentano un territorio di attivazione ancora quasi del tutto inesplorato.

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## Oltre la distribuzione, la sfida è costruire un movimento

I casi in cui questo circuito bidirezionale è stato progettato con consapevolezza offrono riferimenti utili. La NBA ha sviluppato da decenni programmi come Jr. NBA con l’obiettivo esplicito di trasformare il bambino che gioca nel campetto nel futuro abbonato di League Pass: non come effetto collaterale della visibilità televisiva, ma come risultato di una strategia che tratta la pratica sportiva come precondizione della fedeltà al prodotto professionale. L’ascesa del padel in Italia ha seguito una traiettoria analoga: le metriche di audience sono cresciute in parallelo con quelle dei praticanti, e questa coincidenza non è casuale. Abbassare la soglia di ingresso alla pratica e rafforzare il coinvolgimento con lo spettacolo sono processi che si alimentano reciprocamente, perché il praticante non precede lo spettatore in senso cronologico soltanto: lo struttura, lo stabilizza, lo trasforma in qualcosa di più duraturo di una view.

Da qui emerge la questione più rilevante per il futuro del volley italiano: l’infrastruttura distributiva che l’accordo LVF ha appena costruito sarà usata esclusivamente per raggiungere chi è già disposto a guardare, o diventerà anche il canale attraverso cui trasmettere un immaginario diverso? Un immaginario in cui perdere è parte del gioco e non la fine della storia, in cui mettersi in gioco vale indipendentemente dal risultato, in cui il campo non è riservato a chi è già competente. Non si tratta di rinunciare allo spettacolo dell’eccellenza ma si tratta di affiancargli la narrazione del processo, perché è quella narrazione che abbatte il bias di eccellenza percepita e restituisce alla pratica la sua accessibilità.

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Questo passaggio ulteriore non può essere delegato al solo broadcasting: richiede una visione integrata tra federazione, club, sponsor e comunicatori, capace di collegare ciò che avviene sugli schermi a ciò che avviene nelle palestre. Senza quel collegamento, l’accordo con Spike Media produrrà audience, forse anche molta. Ma rischierà di lasciare invariata la scena che ho descritto in apertura: tribune piene, campi di provincia mezzi vuoti, e quella frase che rimbalza tra gli spalti come se fosse normale - *non gioco perché nons ono abbastanza forte* \- che in realtà è il suono di un’occasione mancata.