Il mito dell'invincibilità va sdoganato
Appunti sul modo in cui raccontiamo le vittorie, il giorno in cui l'Italia ne ha perso una
L’Italia è uscita ieri dalla Nations League ai quarti di finale, battuta 3-0 dagli Stati Uniti a Ningbo. Tre set in cui gli azzurri non sono mai riusciti davvero a prendere in mano la partita: 22-25, 21-25, 21-25. Gli americani hanno fatto la differenza soprattutto al servizio, chiudendo con quattordici ace contro i cinque dell’Italia. Quando la ricezione va in crisi in questo modo, diventa difficile trovare soluzioni.
A fine partita Ferdinando De Giorgi ha scelto una lettura lucida della sconfitta: «A volte l’avversario è più forte e più determinato. Da questa sconfitta impareremo».
Vale la pena ripartire proprio da queste parole. Perché la reazione che si è vista questa mattina, tra commenti e social, sembra andare in una direzione diversa. Più che la delusione, ha colpito lo stupore. Come se una nazionale capace di vincere due Mondiali consecutivi non potesse perdere nettamente un quarto di finale. Eppure è proprio questo stupore a far riflettere. Dopo anni di successi, forse abbiamo iniziato a considerare la vittoria come la normalità.
La domanda scomoda
Da tempo mi accompagna un dubbio. E se il modo in cui raccontiamo i successi di questa Nazionale ci stesse rendendo meno capaci di leggere le sue sconfitte?
Può sembrare solo una sensazione, e le sensazioni da sole contano poco. Per questo ho provato a confrontarla con studi e riflessioni di economisti, psicologi, sociologi e studiosi della comunicazione. Alcuni sembrano confermarla, altri la mettono in discussione, aggiungendo sfumature che aiutano a capire meglio il quadro. È da qui che vorrei partire, senza cercare colpevoli e senza trasformare una sconfitta in un processo.
I cicli si sono accorciati
C’è un aspetto che spesso sfugge: nello sport di oggi i cicli vincenti durano meno rispetto al passato. Verrebbe da pensare il contrario. Con più investimenti, più tecnologia e strumenti sempre più sofisticati, ci si aspetterebbe che chi arriva in cima riesca a restarci più a lungo. In realtà succede l’opposto, perché oggi la conoscenza viaggia a una velocità mai vista.
Quando una squadra trova qualcosa che funziona davvero: un sistema di gioco, un’intuizione tattica, un modo diverso di preparare le partite o di leggere i dati, il vantaggio dura sempre meno. Gli avversari osservano, studiano, si adattano. Gli allenatori cambiano squadra e portano con sé idee e metodi. I giocatori si spostano da un campionato all’altro trasferendo esperienze e abitudini. Le partite vengono analizzate in tempo reale. Conservare un vantaggio competitivo è diventato molto più difficile.
La pallavolo offre un esempio quasi perfetto. La Bulgaria affrontata dall’Italia nella finale mondiale del 2025 era allenata da Gianlorenzo Blengini, lo stesso tecnico che aveva guidato gli azzurri agli argenti europei e olimpici tra il 2015 e il 2017. Una parte del patrimonio tecnico costruito dall’Italia sedeva, simbolicamente, sulla panchina avversaria.
E lo stesso fenomeno si ritrova anche in altri sport. Nel calcio, dal Mondiale del 2006 in avanti, il titolo è passato ogni volta a una nazionale diversa. In Formula 1 esistono ancora grandi domini, come quelli di Mercedes e Red Bull, ma sono sempre più legati ai cicli regolamentari: quando cambiano le regole, gli equilibri possono essere completamente riscritti. Nel basket internazionale gli Stati Uniti sono passati dalle vittorie schiaccianti degli anni Novanta a tornei molto più combattuti, mentre il resto del mondo riduceva progressivamente il divario.
Il punto è questo: in un sistema sempre più aperto e interconnesso il vantaggio tende a consumarsi in fretta. Non perché chi vince diventi improvvisamente più debole, ma perché gli altri imparano più rapidamente. Eppure il racconto delle vittorie spesso segue un’altra logica. Trasforma un successo in una certezza, come se fosse una condizione permanente, quando in realtà rappresenta soltanto una fotografia di quel momento. I quattordici ace messi a segno dagli Stati Uniti ieri mattina ricordano proprio questo: nello sport non esistono rendite di posizione.
Cosa nasconde una vittoria
In Antifragile, Nassim Nicholas Taleb distingue tre categorie. Ci sono le cose fragili, che si rompono quando vengono messe sotto pressione. Ci sono quelle robuste, che resistono senza cambiare. E poi ci sono le antifragili, che proprio dalle difficoltà traggono beneficio. L’esempio più semplice è quello delle ossa: sottoposte al giusto carico si rafforzano, mentre se vengono private a lungo di qualsiasi sollecitazione finiscono per indebolirsi. Taleb lega questo meccanismo al principio dell’ormesi: una piccola dose di stress può rendere un sistema più forte.
Nello sport il concetto aiuta a leggere quello che spesso sfugge quando si vince. Una squadra che continua a ottenere risultati non è necessariamente una squadra senza punti deboli. Semplicemente, finché arrivano le vittorie, è più difficile accorgersene. Il risultato tende a mettere in secondo piano ciò che non funziona: una ricezione che soffre nei momenti decisivi, una dipendenza eccessiva da un giocatore, una soluzione tattica che gli avversari hanno ormai imparato a interpretare ma non sono ancora riusciti a sfruttare.
La sconfitta, invece, costringe a guardare tutto questo senza filtri. È il momento in cui emergono i limiti e diventa più chiaro quali aspetti del tuo gioco gli altri hanno iniziato a leggere meglio. La partita di ieri ha lasciato un’indicazione precisa: contro una battuta di quel livello l’Italia è andata in difficoltà molto più di quanto gli ultimi due Mondiali avessero fatto pensare.
Un’idea simile si ritrova anche nella psicologia della prestazione. Carol Dweck ha costruito gran parte del suo lavoro sul concetto di growth mindset, distinguendo tra chi interpreta gli errori come la prova di un limite personale e chi, invece, li considera un’indicazione su cosa migliorare. È giusto però aggiungere una precisazione. Negli ultimi anni quella teoria è stata molto discussa: diversi studi che hanno cercato di replicarne i risultati hanno trovato effetti più contenuti rispetto a quelli inizialmente descritti. Per questo è più corretto considerarla uno strumento di lettura che una legge scientifica. L’idea che una sconfitta possa diventare un’informazione utile resta convincente, ma non basta da sola a spiegare come si migliora.
C’è invece un filone di ricerca che gode di un consenso molto più ampio: quello sull’apprendimento organizzativo. Da decenni gli studi mostrano che le organizzazioni capaci di analizzare i propri errori in modo rigoroso tendono a correggere la rotta più velocemente di quelle che preferiscono ignorarli. Anche nello sport vale lo stesso principio. Le sconfitte mettono sul tavolo informazioni che le vittorie, spesso, finiscono per nascondere. E una cultura sportiva che sa raccontare soltanto quando si vince rischia di perdere proprio la parte più utile del racconto.
Il declino può iniziare proprio quando si vince
In How the Mighty Fall, Jim Collins analizza il percorso di aziende che, dopo anni di dominio, hanno attraversato una fase di declino. Individua cinque passaggi ricorrenti. Il primo è quello che definisce hubris born of success: l’eccessiva sicurezza che nasce dai successi. Quando si continua a vincere, si rischia di dare quei risultati per scontati e di dimenticare quali scelte li abbiano resi possibili.
Da lì può innescarsi un altro meccanismo. I primi segnali di difficoltà vengono sottovalutati perché i risultati, almeno all’esterno, continuano a essere positivi. Le criticità ci sono già, ma finiscono in secondo piano. Per Collins è proprio questo l’aspetto più insidioso: quando il problema diventa evidente, spesso è presente da molto tempo.
Naturalmente sarebbe sbagliato applicare questo schema in modo automatico all’Italia della pallavolo. Una sconfitta in Nations League non basta certo per parlare di declino. Il punto è un altro. Il ragionamento di Collins non riguarda tanto chi vince, quanto il modo in cui interpreta le proprie vittorie. Se il successo smette di essere il risultato di un lavoro quotidiano e diventa una condizione considerata normale, allora il rischio aumenta.
È qui che entra in gioco anche chi racconta lo sport. Una narrazione costruita sull’idea dell’invincibilità finisce inevitabilmente per amplificare ogni sconfitta. E così un normale passaggio a vuoto viene vissuto come qualcosa di eccezionale, quando nello sport di alto livello fa semplicemente parte del percorso.
Anche il lavoro di Collins, però, va letto con spirito critico. Le sue analisi si basano su aziende che hanno già completato un ciclo di crescita e successivo declino, e questo espone la teoria al rischio di selezionare soprattutto i casi che sembrano confermarla. Rimane uno strumento utile per interpretare alcuni meccanismi, ma non può essere considerato una formula capace di prevedere il futuro.
Perché raccontiamo soprattutto le vittorie
La tendenza a raccontare lo sport attraverso il trionfo non nasce da un limite del giornalismo. È il modo in cui funzionano le notizie. Erving Goffman, in Frame Analysis, spiega che non osserviamo mai la realtà in modo neutro: la interpretiamo attraverso cornici che ci aiutano a capire cosa conta e cosa no. Robert Entman, in uno dei lavori più citati sul tema, sintetizza il concetto in modo efficace: fare framing significa selezionare alcuni aspetti della realtà e renderli più rilevanti di altri, orientando così l’interpretazione dei fatti. È un processo inevitabile. Ogni racconto mette qualcosa al centro e lascia altro sullo sfondo.
Nel caso dello sport, la cornice della vittoria è la più semplice da costruire. Un titolo come “L’Italia è campione del mondo” racconta già una storia completa. Spiegare perché quella vittoria sia arrivata, quale fosse il livello degli avversari, quali episodi abbiano inciso e quanto conti anche la componente casuale richiede molto più spazio. E i media, per loro natura, hanno bisogno di storie chiare, immediate e facilmente riconoscibili. C’è poi un altro elemento. Le vittorie creano identificazione. Il pubblico si riconosce più facilmente in una squadra che vince, e il racconto finisce inevitabilmente per seguire quella spinta.
Il problema emerge quando quella narrazione diventa l’unica possibile. Daniel Kahneman ha mostrato come la nostra mente preferisca spiegazioni lineari e coerenti, anche quando la realtà è molto più complessa. Così finiamo per convincerci che si vinca semplicemente perché si è i più forti, trascurando tutto ciò che rende lo sport imprevedibile: la crescita degli avversari, gli episodi, la forma del momento, il margine di casualità che ogni competizione porta con sé.
A quel punto basta una sconfitta perché il racconto cambi improvvisamente direzione. Quella che fino al giorno prima era una squadra considerata quasi imbattibile diventa improvvisamente una squadra in crisi. È un passaggio che probabilmente vedremo anche in questi giorni, dopo un quarto di finale perso a fine luglio. In realtà, tra questi due estremi esiste uno spazio molto più ampio, ed è quello in cui vive lo sport vero: quello in cui anche le squadre migliori, ogni tanto, perdono.
Abbiamo raccontato davvero questo ciclo?
La risposta, probabilmente, è solo in parte. Il racconto dominante è stato soprattutto celebrativo. E non c’è nulla di sbagliato nel celebrare una squadra che ha vinto così tanto. Il problema nasce quando il racconto si ferma lì.
Abbiamo conosciuto gli azzurri come il gruppo dei ragazzi semplici, della famiglia, del barbecue, del commissario tecnico capace di parlare di valori oltre che di pallavolo. Tutto vero. Ma molto meno spazio è stato dedicato a ciò che succedeva intorno: la crescita delle altre nazionali, l’evoluzione tecnica del gioco, le difficoltà incontrate dall’Italia e il contesto in cui quei successi sono maturati.
Anche le sconfitte sono state raccontate quasi sempre come eccezioni, più che come tappe naturali del percorso. L’argento europeo del 2023, il quarto posto olimpico e il 3-0 di ieri hanno spesso generato più delusione che analisi. E il tema dell’assenza della Russia (di cui trovare ampie riflessioni qui su Fuori Rete), probabilmente il principale fattore di contesto del quadriennio, è rimasto ai margini fino alla sua riammissione. Semplicemente, in alcuni contesti la sconfitta diventa un’occasione per capire cosa non ha funzionato, mentre da noi troppo spesso, nel volley come in ogni disciplina, si trasforma nella ricerca di un responsabile.
Cosa resta di questa riflessione
Alla fine, alcune conclusioni sembrano abbastanza solide. Oggi i cicli vincenti durano meno, perché idee, metodi e competenze circolano molto più rapidamente. Le sconfitte, inoltre, raccontano aspetti che le vittorie tendono a nascondere. E il giornalismo, per come costruisce le notizie, privilegia quasi sempre la cornice del successo rispetto a quella della complessità.
Altre considerazioni richiedono maggiore prudenza. Il growth mindset di Carol Dweck resta una teoria interessante, ma ancora discussa. Allo stesso modo, ricordare che il contesto abbia favorito in parte il ciclo azzurro non significa sminuire ciò che l’Italia ha conquistato. Le vittorie restano tali e il loro valore non cambia.
Forse la conclusione è più semplice di quanto sembri. Un racconto costruito soltanto sulle vittorie non è necessariamente falso. È incompleto. E quando quella prospettiva si ripete per anni, finisce per alterare anche il modo in cui leggiamo le sconfitte, trasformando un passaggio normale della vita sportiva in qualcosa che appare improvvisamente inspiegabile.
Il punto
Una vittoria non dimostra che un sistema sia destinato a restare il migliore. Allo stesso modo, una sconfitta non cancella quanto è stato costruito. Nello sport di oggi gli equilibri cambiano rapidamente, perché il livello cresce ovunque e i vantaggi durano sempre meno.
Dopo la partita di ieri, Ferdinando De Giorgi ha detto una cosa semplice: a volte gli avversari sono più forti e da una sconfitta si può imparare. È un approccio che vale anche fuori dal campo. Chi racconta lo sport dovrebbe provare a fare lo stesso: leggere non solo i successi, ma anche i segnali di cambiamento che emergono quando le cose non vanno come previsto.
L’Italia della pallavolo ha costruito un ciclo straordinario e nessuna eliminazione lo mette in discussione. Ma proprio per questo merita un racconto che vada oltre l’alternativa tra esaltazione e processo. Le grandi squadre si riconoscono anche da come reagiscono alle sconfitte, non solo da come festeggiano le vittorie.
Forse è questa la lezione più utile lasciata dal quarto di finale perso a fine luglio. Non che il ciclo azzurro sia finito, né che tutto debba essere rimesso in discussione. Semplicemente, che nello sport perdere fa parte del percorso. Capirne le ragioni è molto più utile che cercare, ogni volta, un colpevole o una sentenza definitiva.