Il volley non era impossibile da raccontare. Il caso Volley in Barba lo dimostra.
La pallavolo italiana conquista il digitale, e Volley in Barba ci racconta come suona dall'interno
Nel piccolo mondo del volley c'è sempre stata, in fondo, una certa rassegnazione. L'idea che la pallavolo fosse uno sport difficile da raccontare, impossibile da approfondire, destinato a restare nei palazzetti e nei comunicati stampa delle federazioni. Troppo tecnico per i generalisti, troppo di nicchia per chi produce su scala. E così per anni è andata: una schiacciata in cronaca, qualche riga sui quotidiani sportivi locali, e buona notte. Ci sono i siti specializzati, i progetti locali. C’è questa newsletter, che da mesi prova ad accompagnarvi dentro l’architettura che tiene in piedi il mondo della schiacciata. Nel mezzo sono arrivati Daniele Rubini e Lorenzo Demartini, poi Mirko Morabito e non me ne vogliano tutti gli altri ragazzi del progetto, che fieramente penso di seguire dai primissimi episodi. Scordatevi progetti data-driven. In questa storia si parta da due appassionati, un microfono, e quella forma di masochismo benevolo che spinge certe persone a costruire qualcosa dove gli altri vedono solo un vuoto. Il 23 ottobre 2023 pubblicano l'Episodio 0 di Volley in Barba: tre minuti, un trailer, una promessa: "Convinti di migliorare col passare del tempo." Non sarà una frase buttata lì. È un programma, lo dicono i numeri.
Quello che è successo dopo lo raccontano i quasi 200 episodi in meno di tre anni, gli oltre 6.000 follower su Instagram costruiti uno per uno, 74 recensioni Spotify con una media di 4.8 su 5, ospiti che vanno dalle olimpioniche ai top scorer della Superlega. Volley in Barba nasce come podcast e diventa, stagione dopo stagione, qualcosa di più difficile da etichettare: un media multipiattaforma, un punto di riferimento per la community pallavolistica italiana, una piccola start-up editoriale che cresce mentre il movimento intorno a lei esplode. Mi piace paragonarli a Cronache di Spogliatoio, ma in fondo sarebbe riduttivo. Il Volley chiede unicità, loro, magari nel loro fare colloquiale, ne hanno colto l’emblema.
Perché il tempismo, in questa storia, conta quanto il lavoro. Il progetto decolla esattamente nel momento in cui il volley italiano raggiunge man mano il suo apice. Per costruire un modello vincente serve fortuna (un pizzico), ma è la capacità di essere pronti quando il treno passa che fa la differenza. E il treno di ViB, in questi due anni, ha viaggiato veloce.
In questa newsletter abbiamo parlato di club, federazioni, giocatori, strategie di lega. Abbiamo citato campagne marketing, piattaforme di streaming, joint venture miliardarie. Oggi il fuoco è su qualcosa di diverso: un progetto editoriale giovane, indipendente, che non ha alle spalle né un gruppo editoriale né un budget da grande azienda, ma che ha costruito attorno a sé una community fedele e un'identità riconoscibile. Volley in Barba non parla di contratti e sviluppo economico - ci pensa questa newsletter. Parla di campo, di tattica, di personaggi, di campionati. Lo fa con dovizia di particolari, senza mai arretrare di un passo, per un paio d'ore a settimana, ogni settimana. Ed è diventato, per molti appassionati, compagnia fissa.
Vi lascio alla consueta analisi, buona lettura! - Laerte.
Ottobre 2023, un microfono e un’idea
Quando Volley in Barba pubblica il suo primo episodio, a ottobre 2023, ha 57 follower su Instagram. Cinquantasette. Probabilmente amici, parenti, qualche appassionato di pallavolo incappato per caso nell’account. Non c’è una redazione, non c’è un editore, non c’è un piano editoriale scritto su una slide da presentare a qualche investitore. C’è un microfono, una nicchia precisa e un timing, verosimilmente casuale, ma che col senno di poi, si rivelerà quasi perfetto.
Trenta mesi dopo, quei 57 follower sono diventati 6.000. Sono usciti 178 episodi, tre o quattro a settimana senza mai fermarsi. Il rating su Spotify è 4,8 su 5. L’engagement rate su Instagram si attesta al 5,8%, quasi il doppio della media dei podcast sportivi italiani. Nessun editore. Nessun gruppo media alle spalle. Solo la pallavolo, raccontata con la precisione di chi la conosce e l’entusiasmo di chi la ama.
Il timing non è tutto. Ma quasi.
C’è una data da tenere a mente: ottobre 2023. Il volley femminile italiano era già in piena accelerazione. Contestualizziamolo. I dati parlano: visualizzazioni TV in crescita dell’87% in quattro anni, da 5,8 milioni a quasi 11 milioni di spettatori, presenze nei palazzetti su, follower social in aumento costante, ma il mercato dei contenuti approfonditi era ancora vuoto. I media generalisti trattavano la Serie A Femminile come una notizia di seconda fila. Nessun podcast copriva sistematicamente l’A1 Femminile, l’A2 Femminile e la Superlega Maschile insieme.
Volley in Barba arriva esattamente lì, esattamente allora. Un caso di lettura lucida di un mercato che chiedeva qualcosa che nessuno stava offrendo. Il vantaggio del first mover, in una nicchia verticale ad alta passione, vale oro. E i dati lo confermano mese per mese.
La curva che non mente
I numeri mensili raccontano una storia molto precisa. Nei primi sei mesi, da ottobre 2023 a marzo 2024, la crescita è esponenziale: dal 17% al 27% mensile. Non perché il podcast fosse già perfetto (tutt’altro), ma perché stava intercettando una domanda repressa. Chi cercava contenuti approfonditi sulla pallavolo italiana trovava poco o niente. Volley in Barba riempiva un vuoto, e il passaparola faceva il resto.
Tra l’estate 2024 e l’autunno 2024, con il boom dei titoli mondiali azzurri, la crescita si consolida: settembre 2024 segna +19,9% mensile, ottobre +18%. Poi, fisiologicamente, il tasso rallenta. Non perché il prodotto peggiori: semplicemente perché la curva logistica di qualsiasi prodotto di nicchia a un certo punto si stabilizza. Da inizio 2025 in poi, la crescita mensile oscilla tra il 2% e il 5%. Trecentodieci episodi pubblicati, comunità radicata, engagement che non cala.
Aprile 2026: 1.746 follower sull’account Instagram principale - che va distinto dalla figura aggregata dei 6.000 citata nel dossier, che include tutte le piattaforme e i profili correlati. Il reach medio per post ha superato 1.000 persone. L’engagement medio per post è a 62 interazioni. Numeri assoluti che sembrano piccoli finché non li si confronta con i benchmark: la media dei podcast sportivi indipendenti, per un account di quelle dimensioni, si ferma a 80-150 interazioni per post. Volley in Barba sta sopra.
9,8%: il numero che vale una strategia
Se c’è un dato che spiega come funziona la comunicazione di Volley in Barba, è il tasso di engagement dei post in collaborazione con Volleyball.it: 9,8%. Quasi il doppio dell’engagement medio dell’account, già sopra la media di settore.
Volleyball.it è una testata giornalistica specializzata: 29.000 follower su Instagram, sito, app su Apple Store e Google Play, copertura di tutti i campionati dal beach volley alle coppe europee. La partnership tra i due non è casuale e non è solo di visibilità. Quando un post collaborativo esce, il reach medio schizza a 21.000 persone - contro le 3.600 medie di Volley in Barba in solitaria. Un +483% di reach per singolo contenuto.
In trenta mesi, le collaborazioni con il portale online dal 2000 sono infinite. Ne ho prese un paio, mi perdonerete per non avere analizzato tutte le metriche. Si può evincere qualcosa. Ciascuna collab ha portato follower. Prendendo sei post condivisi sulle due pagine, sono arrivati 655 follower generati direttamente. Il 10,9% della base attuale arriva da sei post. Sono dati che qualsiasi direttore marketing di una media company guarderebbe con attenzione.
Come si costruisce un episodio (e perché funziona)
Tre o quattro episodi a settimana. Costanza e qualità. Presenza nei palazzetti. Volley in Barba pubblica tanto e sempre, senza perdere qualità percepita. Se non credete al sottoscritto, lo dice il rating Spotify, 4,8 su 5 con 74 recensioni, contro un benchmark di settore che si ferma a 4,2-4,5. Questa consistenza crea qualcosa di preciso: l’abitudine di ascolto. Il pubblico sa quando aspettarsi nuovi contenuti, sa che ci sarà un episodio sull’A1 Femminile, uno sull’A2, uno sulla Superlega, forse uno speciale.
I titoli degli episodi seguono una logica che mescola specificità e memorabilità. “DNA Volleyrò #1-179: Come si forma una campionessa olimpica e mondiale” funziona perché dice tutto e stuzzica: chi è Laura Bruschini? Come si costruisce un’atleta di quel livello? “Insalata di Porro” è un gioco di parole con i nomi dei giocatori - non ha senso se non sai già di cosa si parla, ma chi sa di cosa si parla ride e condivide. “I quarti non mentono” è diretto, tecnico, per chi ha visto la partita e vuole capire cosa è successo.
Le descrizioni oscillano tra due poli. Quelle brevi - “Ecco il nuovo episodio sulla serie A2 femminile, buon ascolto!” - rispettano il tempo di chi già sa e vuole ascoltare. Quelle lunghe costruiscono anticipazione: il lancio del primo episodio sulla storia del Volleyrò presentava Anna Danesi, Carlotta Cambi, Stella Nervini, raccontava il progetto dalla nascita, citava Laura Bruschini come guida. Chi non seguiva ancora il podcast leggeva quella descrizione e aveva un motivo per cominciare.
Il formato e l’algoritmo: non è fortuna
Il 35% dei contenuti pubblicati sono reels da 30-60 secondi. Non è una coincidenza: l’algoritmo di Instagram premia il video, e Volley in Barba lo sa. Il tasso di engagement sui reels è 7,2%, contro il 4,2% dei post di testo. Le Stories con sondaggi arrivano all’8,1%. I post collaborativi, la categoria più piccola per frequenza, 8% del totale, toccano il 9,8%.
Il bounce rate medio dell’account è 40,2%. La media di settore è tra il 45% e il 55%. Questo significa che il 60% degli utenti che atterrano sul profilo non scappa subito: naviga, guarda altri contenuti, rimane. Non è un dato glamour, ma è un dato che racconta qualità: chi arriva, trova qualcosa che vale il tempo di stare.
La distribuzione è su sei piattaforme: Spotify con il 45% degli ascolti, Apple Podcasts al 25%, YouTube al 12%, Spreaker al 10%, poi radio.it e altri. Questo riduce il rischio della dipendenza da una singola piattaforma, un problema che molti creator scoprono solo quando un algoritmo cambia e i numeri crollano.
Gli ospiti e il salto di credibilità
Un podcast indipendente sulla pallavolo che riesce a portare in studio olimpioniche e direttrici sportive è un podcast che ha costruito qualcosa di più di una community: ha costruito autorità. Laura Bruschini, direttrice sportiva del Volleyrò dalla nascita del progetto, che racconta come si formano le future stelle del volley. Ci Michel, olimpionica, protagonista dell’episodio 178, il primo in inglese, segnale di un’ambizione che guarda oltre i confini nazionali. Reggers, Giannelli e tanti altri professionisti del circuito, passati per i microfoni di ViB.
Quello che ancora può crescere
Il dossier di ricerca identifica chiaramente i margini. L’espansione internazionale è appena cominciata: un episodio in inglese è stato un test. Se il test funziona, il passo successivo è una linea di contenuti in inglese sistematica, per intercettare la vasta audience globale che segue il volley italiano, quella, per intenderci, che guarda Egonu e Haak e Giannelli su YouTube dal Brasile, dal Giappone, dall’Indonesia.
La monetizzazione è ancora ibrida e precaria: NordVPN come sponsor, Ko-fi per le donazioni della community, la prospettiva di branded podcast commissionati da squadre o federazioni. Nessuno di questi canali, da solo, è sufficiente per un progetto full-time. Insieme, forse sì. Ma richiede scala.
Il rischio più concreto è il burnout. La cadenza è il punto di forza del progetto, ma è anche la sua vulnerabilità strutturale. Se rallenta, l’algoritmo penalizza. Se si ferma, la community si disperde.
Perché vale la pena raccontarlo
Concludiamo il nostro viaggio dicendo che Volley in Barba non è una storia di grandi numeri. Seimila follower non sono Paola Egonu, non sono la Lega Volley Femminile, non sono Sir Susa Scai Perugia. Ma sono seimila persone che hanno scelto attivamente un prodotto indipendente, con un tasso di engagement quasi doppio rispetto alla media, costruito da chi ha deciso che la pallavolo italiana meritava più attenzione di quanta ne stesse ricevendo.
Nel panorama dei podcast sportivi italiani - dove i grandi editori arrivano tardi, coprono poco e abbandonano presto le nicchie quando i numeri non sono abbastanza grandi - un progetto che tiene tre o quattro episodi a settimana per trenta mesi, che porta olimpioniche in studio, che collabora con la principale testata specializzata del settore, che mantiene 5,8% di engagement rate senza una lira di advertising, è qualcosa che merita attenzione.
Non è la storia di come si diventa famosi. È la storia di come si costruisce qualcosa che dura.