> ## Content Index
> Fetch the complete content index at: https://fuori-rete.ghost.io/llms.txt
> Use this file to discover other available public pages before exploring further.

# In SuperLega c'è spazio per gli underdogs?
- URL: https://fuori-rete.ghost.io/in-superlega-ce-spazio-per-gli-underdogs/
- Published: 2026-06-20T06:01:58.000Z
- Updated: 2026-10-19T19:13:56.000Z
- Description: Mentre il massimo campionato italiano maschile punta sempre più sulla linea verde, la fascia intermedia viene considerata sempre meno.
- Author: Laerte Salvini
- Tags: Newsletter, #Migrated-1792437011359, #Import 2026-10-19 19:13

Si dice spesso che la Superlega, negli ultimi anni, sia cambiata. Che il mercato dei grandi campioni stia migrando verso altre nazioni e altri tornei, e che il nostro massimo campionato rischi un lento impoverimento. E si dice, con altrettanta convinzione, che le squadre puntino sempre di più sui giovani. Ma come? In che modo? Quanti, e chi? Queste cose, di solito, non vengono spiegate. Restano slogan, sensazioni da bar dello sport.

Questo numero di Fuori Rete nasce esattamente da lì, da un dialogo tra amici. Ho delle conoscenze che giocano a pallavolo a bassi livelli, dalla Prima Divisione alla Serie C e hanno intorno ai vent’anni. Ogni tanto mi chiedono se un domani potranno davvero arrivare in alto. Nel calcio, o in altri sport, è pieno di storie di underdog: atleti maturati tardi, o avvicinatisi tardi alla disciplina, che attraverso il sacrificio e le tappe giuste sono arrivati al vertice. Nel volley, andando a vedere i dati, non solo questo è difficilissimo, ma si scontra con un cambiamento radicale, una polarizzazione che nessuno racconta. Per dare credito a un semplice presentimento ho analizzato l’ultimo lustro, dunque dal 2021 al 2026, guardando chi ha composto i 12 roster della SuperLega e da dove arrivava. Una prima considerazione, la più semplice, è che di vere soprese, che anno dopo anno hanno trovato la massima serie, faticano ad esserci. Il caso più eclatante resta Romanò. ma la storia dell’opposto azzurro resta un caso isolato di un arrivo tardivo, e soprattutto duraturo, ai vertici. Ci sono poi le bandiere di Grottazzolina, Vecchi e Cubito. Quella di Codarin, che a Cuneo ha stupito, e di fatto da titolare in SuperLega non ci aveva mai giocato. Restano però casi isolati, e per capire come e dove viaggi la SuperLega, serviva fare una fotografia di dove siamo arrivati. Buona lettura!

## La media che non dice niente

Partiamo da dove parte la narrazione corrente: i giovani, la famosa “linea verde”. Esistono, sia chiaro. Nella stagione in corso a Milano hanno fatto parte del roster tre ragazzi del 2006-2007 come Leonardo Barbanti, Alessandro Benacchio e il libero Jacopo Corbetta; Trento ha fatto esordire a diciotto anni Andrea Giani, classe 2007, omonimo non parente della leggenda, e Leonardo Sandu; Cuneo ne ha schierati addirittura quattro o cinque sotto i vent’anni, da Matteo Bonomi a Giulio Colasanti. I giovani ci sono, e hanno nomi e cognomi.

Il problema è che la loro presenza non sposta la media, perché è sempre stata più o meno questa. Gli italiani sotto i vent’anni a roster erano quattordici nel 2021/22, sono quattordici oggi. L’età media dei giocatori italiani in Superlega, in cinque anni, è una linea piatta: 25,6, poi 25,5, poi 25,9, 26,2, e 26,1 nella stagione in corso. Mezzo anno di oscillazione in un lustro, cioè niente. La quota di italiani sul totale è altrettanto ferma, sempre intorno al sessanta per cento, perché il regolamento che impone almeno tre italiani in campo garantisce un contingente largo e costante, circa cento giocatori a stagione su centosettanta.

Se ci fermassimo alla media, la conclusione sarebbe che non cambia niente. Sarebbe l’errore più comune, e il più sbagliato. Perché sotto la superficie immobile si muovono due placche in direzioni opposte, e sono loro la vera notizia.

[Iscriviti ora](#/portal/signup)

## Il sorpasso generazionale

Il dato che mi ha fatto raddrizzare sulla sedia riguarda il confronto tra gli italiani e gli stranieri. Per anni il copione è stato chiaro: gli stranieri sono i veterani di lusso, i fuoriclasse esperti che vengono in Italia a chiudere la carriera, mentre gli italiani sono il vivaio fresco, la parte giovane del campionato. Cinque anni fa era ancora così. Nel 2021/22 i giocatori italiani erano in media più giovani degli stranieri di quasi un anno e mezzo.

Quel rapporto si è capovolto, e lo ha fatto con una progressione che impressiona. Il divario si è ristretto stagione dopo stagione, un anno e mezzo, poi uno, poi mezzo, poi quasi zero, fino a invertirsi del tutto. Nella stagione in corso, per la prima volta, sono gli stranieri a essere più giovani degli italiani, di quasi un anno. **Le squadre italiane vanno a prendere all’estero giocatori sempre più giovani**, i talenti internazionali pescati in anticipo, mentre il contingente di casa invecchia restando lo stesso. Pensiamo a chi arriva da fuori oggi: i fenomeni ventenni come Aleksandar Nikolov, classe 2003, o i giovani palleggiatori e schiacciatori che le big si assicurano prima ancora che esplodano. La Superlega non è più il posto dove i campioni stranieri vengono a finire. È il posto dove vengono a cominciare. E lo spazio per il loro talento giovane si ricava da qualche parte.

## Il nucleo giovane italiano si assottiglia

Ed eccola, la seconda placca, quella che chiude il discorso. Mentre la media resta ferma e gli stranieri ringiovaniscono, la quota di italiani davvero giovani, quelli sotto i venticinque anni, scende lenta e costante. Erano cinquantasei su centosette nel 2021/22, cioè più della metà del contingente italiano. Oggi sono quarantacinque su cento, meno della metà. Specularmente, crescono i veterani: gli italiani dai trentatré anni in su erano sedici cinque anni fa, oggi sono venti. E non parliamo di comparse: sono Massimo Colaci a quarant’anni, Marko Podrascanin (dal prossimo anno ds della Lube) a trentotto, Ivan Zaytsev a trentasette, Simone Anzani e Daniele Mazzone a trentatré, fino a Santiago Orduna che a quarantadue anni alza ancora per Civitanova, e il prossimo anno proseguirà a Milano.

Mettendo insieme i pezzi, la fotografia diventa nitida e racconta qualcosa che la media nascondeva del tutto. Il numero di italiani non cambia, la loro età media non cambia, ma la composizione interna sì: meno giovani italiani, più veterani italiani, e in mezzo stranieri sempre più giovani che occupano la fascia d’età dove prima maturavano i nostri. Il contingente azzurro non si rinnova dal basso, tiene i suoi numeri perché i giocatori restano più a lungo, non perché ne entrino di nuovi.

E i pochi giovani che entrano spesso non restano. Il caso di Andrea Giani a Trento è da manuale: esordio in Superlega a diciotto anni nell’ottobre 2025, un attacco vincente e un ace da applausi, quattro presenze e quindici punti, e poi in estate via in prestito in A2 a Ravenna per giocare con continuità. È il percorso tipico del giovane di vivaio top: un assaggio del massimo livello, poi fuori a farsi le ossa, mentre il posto in prima squadra resta occupato da chi c’è già. Non che sia sbagliato, anzi, ma è oggettivo che poi il percorso per questi atleti prosegua, salvo eccezioni, per graduali step.

## Cosa significa, in pratica

Torniamo agli amici di fine partita, al ragazzo di vent’anni in Serie C che chiede se può ancora sognare. I numeri non gli regalano illusioni, ma gli danno qualcosa di più utile: una mappa.

**Primo dato**: i posti per gli italiani ci sono, sono tanti, circa cento a stagione, e sono stabili. Il problema non è la quantità. **Secondo dato**: quei posti ruotano sempre meno. La fetta di italiani under 25 è scesa dal 52 al 45 per cento in cinque anni, mentre quella degli over 33 è salita da sedici a venti unità. Chi è dentro, ci resta più a lungo. **Terzo dato**, il più duro: la porta d’ingresso per i giovani italiani si è ristretta nello stesso momento in cui si allargava quella per i giovani stranieri, che ormai arrivano sempre con più frequenza, vuoi per progettualità o vuoi, verosimilmente, per discorsi spesso legati ai bilanci.

Tradotto per chi ha vent’anni e gioca in Serie C o D, significa che la pallavolo italiana non ti chiede più, semplicemente, di diventare forte. Ti chiede di esserlo già adesso, prima dei vent’anni, e di esserlo dentro il circuito che conta: i grandi vivai, le nazionali giovanili, il giro che ti marchia da ragazzino. La via lenta, quella dell’underdog che matura tardi e arriva dalla provincia attraverso le tappe, non è ufficialmente vietata. È solo diventata, anno dopo anno e numero dopo numero, una porta sempre più stretta, schiacciata tra i talenti stranieri che entrano prima e i veterani italiani che escono dopo. Cinque stagioni di dati non hanno mai, nemmeno una volta, indicato il contrario.