Italia e Turchia: due federazioni, due idee diverse per lo sviluppo della pallavolo

Analisi dei bilanci delle due federazioni, per un confronto a 360 gradi. Quello che ne esce smonta tre convinzioni piuttosto radicate nel movimento italiano.

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Italia e Turchia: due federazioni, due idee diverse per lo sviluppo della pallavolo

L’Italia è un modello virtuoso, e i risultati lo dimostrano da anni. Non è però l’unico modello possibile, e questa è la premessa da cui vale la pena partire. Ogni federazione si muove con un passo proprio e lungo binari che non coincidono con quelli delle altre: cambiano le fonti di finanziamento, cambia il rapporto con il mercato, cambiano le infrastrutture, cambia il criterio con cui le risorse vengono distribuite fra le nazionali. Non ne esistono due uguali. Esistono però delle similitudini, che quando emergono danno risposte precise, e delle unicità, che spesso spiegano molto più di quanto riesca a spiegare il campo.

La Turchia, che ci ha battuto all’Europeo bissando il successo del 2023, è il termine di paragone più utile che abbiamo nel settore femminile. La critichiamo perché attrae le nostre giocatrici grazie a una fiscalità più favorevole e a club sostenuti dallo Stato, e la critica ha il suo fondamento. Ma Vargas naturalizzata e Santarelli in panchina raccontano soltanto un pezzo della storia: dietro ci sono Eda Erdem, Zehra Güneş e un’intera generazione cresciuta dentro un sistema che negli ultimi cinque anni ha investito sul proprio talento e sulle proprie strutture con una logica profondamente diversa dalla nostra.

Fuori Rete prova ad andare oltre il risultato e a leggere la pallavolo come sistema. Per farlo ho preso i bilanci ufficiali delle due federazioni e li abbiamo confrontati voce per voce. Prima dei numeri, però, serve dire da dove vengono e perché si fermano dove si fermano.

Il metodo, e perché il perno dello studio è il 2023

Una premessa prima di addentrarci nello studio. Ho lavorato principalmente sui bilanci del 2023. Per l’Italia, il fascicolo di bilancio consuntivo 2023 certificato da EY, che contiene la contabilità analitica per centro di responsabilità, e il preventivo 2025 approvato dal Consiglio Federale nel dicembre 2024. Per la Turchia, il preventivo 2025 e il prospetto dei dati finanziari 2024 depositati presso il Ministero della Gioventù e dello Sport, insieme alla relazione di attività del quadriennio 2021-2024.

Il consuntivo 2023 è l’ultimo bilancio FIPAV di cui sia pubblicato il fascicolo completo, quello che permette di sapere quanto costa la juniores femminile separatamente dalla prejuniores maschile. I consuntivi 2024 e 2025 sono stati regolarmente approvati, e dai comunicati federali sappiamo che hanno chiuso rispettivamente con oltre 2,5 milioni e con 1.787.976 euro di utile, ma i fascicoli non risultano caricati sul portale della trasparenza, che si ferma al 2023 per i consuntivi e al 2025 per i preventivi. La stessa cosa vale sull’altro fronte: i documenti TVF che ho utilizzato sono quelli approvati dall’Assemblea Generale dell’ottobre 2024, gli ultimi depositati.

Prima convinzione da smontare: la FIPAV non spende troppo

Nel movimento italiano circola l’idea che la federazione sia particolarmente onerosa perché mantiene un sistema di selezioni giovanili più costoso di quello dei competitor. I bilanci raccontano una realtà diversa. Rapportando la spesa complessiva al numero degli atleti tesserati, Italia e Turchia risultano quasi sovrapponibili: centocinquantaquattro euro per atleta per la FIPAV nel 2022, ultimo esercizio ordinario prima del picco degli Europei organizzati in casa, contro centosessantuno euro per la TVF sul consuntivo 2024 annualizzato. Il divario dimensionale fra le due federazioni nasce quindi dall’ampiezza della base e non dalla generosità del sistema, perché gli atleti italiani sono 355.053 contro i 135.177 turchi, in un rapporto di due virgola sessantatré a uno.

La domanda va allora spostata dal quanto al come. E sul come il confronto diventa severo. Sul settore giovanile, utilizzando l’aggregato più omogeneo che le due contabilità consentono di costruire, la Turchia spende quindici euro e settanta per atleta tesserato contro i sette e quarantanove italiani: poco più del doppio. Ancora più netto è il rapporto fra atleti e allenatori, che in Turchia è di otto virgola otto a uno e in Italia di diciannove virgola cinque. Il dato turco va trattato con cautela, perché l’introduzione di un nuovo sistema online di licenze nella stagione 2022/23 ha fatto emergere una popolazione di praticanti che prima non veniva censita e ha quindi gonfiato il denominatore; ma il corpo tecnico turco è passato da 9.440 a 15.299 unità in tre anni e quello non è un artefatto statistico, così come non lo è la crescita degli arbitri da 4.702 a 7.294 o quella delle squadre iscritte ai campionati nazionali da 531 a 636. La scala italiana è maggiore, l’intensità dell’investimento turco è superiore.

Dove finiscono davvero i soldi italiani

Il consuntivo 2023 permette di ricostruire la spesa nazionale per nazionale, ed è un esercizio che nel movimento non viene quasi mai fatto. I costi per la preparazione olimpica e l’alto livello valgono complessivamente 10.997.988 euro, ripartiti in questo modo: la nazionale seniores maschile assorbe 2.765.162 euro, pari al venticinque per cento del totale; il materiale sportivo destinato a tutte le nazionali vale 2.104.943 euro, il diciannove per cento; la seniores femminile 1.639.778 euro, il quindici per cento; il beach volley, sommando seniores e giovanili, 1.582.008 euro. Seguono il Club Italia femminile con 786.463 euro, la prejuniores maschile con 458.970, la prejuniores femminile con 372.741, le qualificazioni nazionali con 336.979, la juniores maschile con 262.636, la juniores femminile con 248.162 e il Club Italia maschile allargato con 214.995, mentre assicurazioni e spese mediche chiudono il quadro con 225.150 euro complessivi.

Le quattro nazionali giovanili indoor, quelle che riempiono l’estate lunga da maggio a settembre e che nel dibattito interno vengono indicate come il grande costo del sistema, valgono insieme un milione e trecentoquarantaduemila euro: l’undici per cento della preparazione olimpica e meno del due per cento del bilancio federale complessivo.

Una riga di quell’elenco merita un’attenzione particolare. I due milioni e centomila euro di materiale sportivo, nel preventivo 2025, sono azzerati. Non perché le nazionali giochino scalze, ma perché circa due milioni delle sponsorizzazioni federali sono forniture in natura. Quindi abbigliamento, palloni, medicinali, divise arbitrali, attrezzature, che vengono compensate contabilmente con i costi corrispondenti e che nel documento previsionale semplicemente non compaiono. Significa che il preventivo FIPAV sottostima il costo reale delle nazionali di circa due milioni di euro, mentre la TVF il materiale sportivo lo iscrive esplicitamente a bilancio per cinquanta milioni di lire turche. È un dettaglio tecnico, ma chiunque voglia confrontare i due sistemi partendo dai preventivi deve saperlo.

Il ribaltamento che nessuno ha comunicato

Mettendo il consuntivo 2023 accanto al preventivo 2025 emerge una riallocazione delle risorse che va letta con la cautela, dovuta al fatto che si confronta una spesa effettiva con una programmata a due anni di distanza. Le qualificazioni nazionali, cioè il processo di reclutamento e selezione territoriale, passano da 336.979 a 691.600 euro, con un incremento del centocinque per cento. La prejuniores femminile cresce del cinquantacinque per cento, la juniores maschile del quarantasei, la prejuniores maschile e under 17 del quarantadue, mentre la juniores femminile si muove di poco, quindici per cento. Nella direzione opposta si muove il Club Italia, che arretra del quindici e mezzo per cento nel femminile e del ventitré nel maschile.

La lettura complessiva è coerente e ha il profilo di una scelta strategica precisa: meno centralizzazione permanente degli atleti in struttura federale, più scouting diffuso sul territorio e più attività delle nazionali di categoria.

Nello stesso confronto emerge il dato di genere. Nel 2023 la nazionale maschile costava il sessantanove per cento in più di quella femminile, due milioni e settecentosessantacinquemila euro contro un milione e seicentoquarantamila. Nel preventivo 2025, redatto quattro mesi dopo l’oro olimpico di Parigi, la femminile costa il trenta per cento più della maschile, due milioni e seicentodiecimila contro due milioni e quattromila. Il rapporto passa da uno virgola sessantanove a zero virgola settantasette, un’inversione completa in due esercizi. Una parte dello scarto si spiega con il fatto che il 2023 era anno di Europeo maschile organizzato in Italia, con nove sedi di gioco e costi logistici straordinari, ma non tutta.

Seconda convinzione da smontare: non è la Turchia a vivere di Stato

Parliamo di verità scomode, ma soprattutto di modelli diversi. La FIPAV è una grande federazione associativa: nel preventivo 2025 il 57% dei ricavi arriva da quote di affiliazione, tesseramenti, tasse gara e diritti di segreteria, il 32% dai contributi di Sport e Salute e il 5% da sponsorizzazioni e pubblicità. La TVF presenta una struttura molto diversa: quote e licenze rappresentano appena il 3,4% dei ricavi, mentre sponsorizzazioni e pubblicità arrivano al 36,5%.

È una differenza che va però contestualizzata. Il contributo diretto del Ministero turco vale il 7,6% dei ricavi della TVF, ma a questo si aggiunge il 22,8% proveniente da Spor Toto, la concessione statale sulle scommesse sportive. La componente pubblica complessiva arriva così al 30,4%. In Italia, considerando Sport e Salute, i contributi di Stato, Regioni ed enti locali e quelli del Comitato Italiano Paralimpico, la quota pubblica raggiunge il 35,1%.

Il dato interessante, quindi, non riguarda tanto una presunta maggiore o minore presenza dello Stato, quanto il modo in cui le due federazioni costruiscono le proprie entrate. La TVF ha scelto di mantenere molto contenuto il peso economico diretto di quote e licenze, puntando con maggiore decisione sulle sponsorizzazioni e sul mercato. La FIPAV, invece, basa una parte significativa delle proprie risorse sulla propria struttura associativa, con quasi 29 milioni di euro provenienti da tesseramenti, affiliazioni e altre entrate legate al movimento, a fronte di circa 2,6 milioni derivanti da sponsorizzazioni e pubblicità.

Anche questo dato, però, merita una precisazione. Il modello turco comporta infatti una maggiore esposizione alla capacità del mercato di sostenere la federazione. E anche il sostegno pubblico non è necessariamente costante. Nel 2024, per esempio, il contributo ministeriale turco era stato preventivato in 312 milioni di lire, ma a otto mesi ne erano stati incassati 22, appena il 7% del previsto. Nello stesso periodo, le sponsorizzazioni avevano raggiunto l’82% dello stanziamento.

Non è quindi una questione di quale modello sia semplicemente migliore. Sono due modi differenti di finanziare una federazione. L’Italia ha storicamente costruito un sistema più legato alla propria base associativa e al sostegno pubblico; la Turchia ha scelto di cercare una parte molto più consistente delle proprie risorse sul mercato. Ed è probabilmente proprio qui che si trova una delle differenze più interessanti tra le due federazioni.

Il divario commerciale italiano

Nei primi otto mesi del 2024 la TVF ha incassato circa 9,3 milioni di euro fra sponsorizzazioni e pubblicità. Una proiezione lineare porterebbe il dato annuo intorno ai 14 milioni, anche se si tratta necessariamente di una stima indicativa, perché i flussi economici di una federazione possono variare sensibilmente nel corso dell’anno. L’ordine di grandezza, tuttavia, restituisce una differenza significativa rispetto ai dati disponibili per la FIPAV.

Il miglior dato FIPAV è quello del 2023, quando sponsorizzazioni e pubblicità hanno raggiunto 7,1 milioni di euro, di cui circa 5 milioni in denaro e 2 milioni sotto forma di forniture. Anche in questo caso il dato va letto nel contesto di un esercizio particolare, che comprendeva due Europei organizzati in Italia e circa 1,9 milioni di euro di sponsorizzazioni riconducibili al solo evento. Nel preventivo 2025, predisposto dopo l’oro olimpico e prima del doppio titolo mondiale, la stessa voce è indicata in 2,638 milioni di euro. I ricavi da diritti televisivi risultano invece pari a zero: nello stesso bilancio sono previsti 271 mila euro di costi per la produzione e la diffusione televisiva delle manifestazioni nazionali. È quindi un modello nel quale la federazione sostiene direttamente anche i costi legati alla produzione dei propri contenuti audiovisivi.

La TVF ha sviluppato una strategia commerciale più articolata, nella quale diverse componenti del proprio prodotto vengono valorizzate separatamente. Ci sono gli sponsor delle nazionali, quelli di forma e quelli di maglia, differenziati per genere, le title sponsorship delle leghe maschili e femminili di primo e secondo livello, i naming rights decennali di un impianto e un contratto pluriennale per la raccolta e la distribuzione dei dati con un operatore internazionale. A questo si aggiungono un accordo per i diritti di trasmissione con la televisione pubblica e un canale proprietario che nella sola stagione 2023/24 ha trasmesso 1.567 incontri, raggiungendo 11,2 milioni di visualizzazioni e 2,065 milioni di ore di fruizione da cento Paesi.

Anche qui, più che stabilire quale approccio sia migliore, è interessante osservare come le due federazioni abbiano sviluppato strutture commerciali differenti. Da una parte c’è una federazione che può contare soprattutto sulla propria dimensione associativa e sul sostegno pubblico, dall’altra una realtà che ha investito maggiormente nella trasformazione delle proprie competizioni, dei propri eventi e dei propri contenuti in prodotti commerciali distinti.

Il vivaio, e perché l’estate lunga costa

La TVF ha costruito una filiera verticale per lo sviluppo del talento: screening territoriale fra i 10 e i 12 anni in 13 province, camp di sviluppo per annata di nascita e un liceo sportivo federale con pensionato da 200 posti, mensa e personale a carico della federazione. A questa struttura si aggiunge Fabrika Voleybol, che nel 2024 contava 38 sedi, 131 allenatori e 4.194 iscritti attivi, con oltre 20 mila allievi transitati complessivamente. Tredici sedi operavano inoltre come progetti sociali in province a basso reddito.

L’Italia segue una logica diversa, fondata su una rete societaria molto più ampia: 3.909 società affiliate e 483.511 tesserati complessivi. Una parte del confronto riguarda quindi anche il modo in cui le risorse vengono distribuite all’interno dei due sistemi.

Nel 2023 la FIPAV ha destinato 795 mila euro al sostegno specifico dell’attività giovanile delle società, distribuiti su 4.725 squadre di quattro categorie, per circa 168 euro a squadra. Nello stesso esercizio, per Europei e Champions League Super Finals, sono stati versati alla CEV 4,2 milioni di euro di fee. Il confronto va naturalmente contestualizzato: quelle fee erano legate a 2,9 milioni di biglietteria, 4 milioni di contributi pubblici dedicati e 1,9 milioni di sponsorizzazioni dell’evento. Resta comunque indicativa la diversa destinazione delle risorse.

Anche sulla durata dell’attività estiva il quadro è meno distante di quanto potrebbe suggerire la percezione. Nel preventivo 2025 le spese di trasferta e soggiorno delle rappresentative nazionali FIPAV ammontano a 2,073 milioni di euro, pari al 55,5% dell’intero capitolo giovanile, mentre la TVF prevede 1,48 milioni per i ritiri interni ed esteri. Sul calendario turco del 2024 si possono stimare circa 290 giorni-squadra su dieci selezioni, contro una stima italiana compresa fra 413 e 537: una differenza importante, ma non tale da confermare l’idea di un’attività italiana tripla rispetto a quella turca.

Una parte della spiegazione riguarda i costi unitari. La TVF può utilizzare il pensionato del proprio liceo sportivo e il proprio albergo, mentre la FIPAV ricorre anche a strutture e ospitalità di mercato, oltre al Centro Pavesi di Milano. Incide inoltre la composizione degli staff: per ciascuna nazionale la FIPAV prevede allenatori, assistenti, scoutman, videoman, preparatore atletico, team manager e personale sanitario. Il relativo costo passa dai 473 mila euro effettivi del 2023 agli 1,273 milioni previsti nel 2025. Anche questo dato racconta, più che una differenza di attenzione al settore giovanile, due modelli organizzativi che hanno scelto di investire le proprie risorse in modo differente.

Cosa resta, e cosa andrà verificato

Il quadro che ne esce descrive due sistemi con punti di forza opposti. L’Italia ha un movimento enormemente più grande, una dipendenza forte dalle quote associative che le garantisce prevedibilità, una solidità patrimoniale che nessuno dei competitor analizzati può vantare allo stesso modo - ventisei milioni e trecentomila di patrimonio netto, venticinque e settecento di liquidità, sette esercizi consecutivi in utile - e una capacità di esecuzione che nel 2023 ha superato del trentasei per cento il preventivo iniziale. Ha però un investimento sul vivaio contenuto in rapporto alla base, un rapporto atleti-allenatori doppio rispetto a quello turco, costi di raduno alti per assenza di ricettività propria e una capacità commerciale largamente sottoutilizzata. La Turchia ha un movimento più piccolo ma un investimento più intenso per atleta, una segmentazione commerciale aggressiva, strutture federali funzionali allo sviluppo del talento e un corpo tecnico cresciuto del sessantadue per cento in tre anni; in cambio accetta una volatilità molto superiore, con preventivi realizzati fra un terzo e la metà e un trasferimento pubblico che arriva con estrema irregolarità.

La domanda giusta non è quale federazione sia migliore, ma quale abbia costruito il sistema più sostenibile per il prossimo decennio.