La rete e il potere
Cosa ci dice l’elezione di Claudio Durigon sui rapporti fra pallavolo e politica in Italia
Il fatto
Il 16 luglio 2026, a Bologna, i club della Lega Pallavolo Serie A maschile si sono riuniti in assemblea straordinaria a margine del Volley Mercato e hanno scelto il loro nuovo presidente. Per acclamazione. Il prescelto è Claudio Durigon, senatore della Lega, sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Prende il posto di Massimo Righi, che aveva guidato l’organismo dal 2020 e che ora resta in governance come presidente del Consiglio di amministrazione.
Vale la pena fermarsi su quel “per acclamazione”, perché racconta già metà della storia. Nessuna contesa, nessuna candidatura alternativa, nessun voto contato scheda su scheda. Un nome solo, concordato a monte e ratificato davanti alla platea. Lo stesso Durigon, nel discorso d’insediamento, si è raccontato come un uomo colto di sorpresa dall’incarico, «ho pensato: state scherzando?», salvo poi mettere subito sul tavolo ciò che davvero porta in dote: «la mia esperienza istituzionale e i rapporti costruiti in questi anni».
I rapporti costruiti in questi anni. È da qui, più che dall’acclamazione, che conviene partire per capire di cosa si parla quando si parla di volley e politica.
La reazione dell’opposizione è stata immediata e durissima. Mauro Berruto pesa più di altri su questo terreno: è l’ex commissario tecnico della Nazionale maschile che nel 2012 portò gli azzurri al bronzo olimpico di Londra, ed è oggi responsabile Sport del Partito Democratico. Ha liquidato l’elezione dicendo che «sembra uscita da un film horror». Elly Schlein ha parlato di «occupazione militare di luoghi e posizioni che dovrebbero essere indipendenti e autonomi dalla politica». Da Italia Viva e dal Movimento 5 Stelle sono arrivate le formule “occupazione politica” e “amichettismo tragicomico”.
E la partita non è chiusa. Secondo Il Fatto Quotidiano, la presa leghista sul volley sarebbe un disegno a due mosse. Alla presidenza della Lega femminile, con decisione attesa per settembre, sarebbe in corsa Massimo Garavaglia, ex ministro del Turismo, presidente della commissione Finanze del Senato, altro esponente del Carroccio.
Partiamo da qui e andiamo a ritroso. La domanda giusta non è “è uno scandalo?”, che è roba da talk show. Qui su Fuori Rete la domanda giusta è: perché succede, a cosa serve, quando funziona e quando fa danni.
Primo movimento all’indietro: chi è Durigon, e perché il nome conta
Un’analisi seria non può fingere che il presidente sia un signore qualunque. Durigon è una figura politica precisa, con una biografia che pesa sul giudizio.
La sua storia è quella di un uomo di apparato. Prima del Parlamento c’è una lunga carriera sindacale nell’UGL, dove è arrivato alla vicesegreteria, e soprattutto la costruzione dell’asse tra quel sindacato e la Lega di Salvini, di cui è stato uno degli artefici nel Lazio pontino. Un percorso costruito sui rapporti, appunto, più che sulla ribalta, e non privo di ombre: nel 2021 il suo nome finì al centro di una video-inchiesta di Fanpage sui legami tra UGL e Carroccio, un episodio che alimentò per settimane la cronaca politica nazionale. Il ritratto che ne esce, al di là delle polemiche, è quello di un uomo che nella politica conta per chi conosce e per ciò che sa muovere.
Perché ricordarlo, in un pezzo sul volley? Non per fare le pulci al personaggio. Lo ricordo perché è il punto esatto in cui la sociologia dello sport diventa interessante. La pallavolo si è a lungo raccontata come “sport pulito”: sono parole letterali dell’ex presidente della Lega femminile Mauro Fabris, che definiva il volley «uno sport pulito, cosa che di questi tempi sembra sempre più rara». Quando alla guida di un movimento che coltiva quella narrazione di purezza arriva una figura politica di questa natura, un uomo di partito e di apparato, si genera una frizione simbolica. Il capitale reputazionale dello sport e il capitale politico del dirigente non si sommano, si urtano. È da lì che nasce il “film horror” di Berruto, che non riguarda un giudizio di merito sulle competenze ma la percezione di una contaminazione identitaria.
Teniamo da parte questo concetto, perché tornerà utile: lo sport è un serbatoio di legittimità, e la politica lo sa.
Secondo movimento: un sistema, non un’anomalia
Chi si indigna per Durigon come se fosse un caso isolato conosce poco la storia dello sport italiano. La verità scomoda, per tutti gli schieramenti, è che l’intreccio fra politica e governance sportiva in Italia è strutturale, antico e bipartisan.
Qualche coordinata, così che voi lettori vediate la foresta e non solo l’albero. Franco Carraro fu presidente della Federcalcio e poi del CONI prima di diventare sindaco di Roma e infine senatore di Forza Italia: lo sport come trampolino verso la politica. Paolo Barelli, ex nuotatore, ha presieduto la Federnuoto per un quarto di secolo mentre sedeva in Parlamento come capogruppo di Forza Italia alla Camera: politica e sport nella stessa persona, in contemporanea. Giancarlo Abete, ex deputato della Democrazia Cristiana, ha guidato la Federcalcio e oggi presiede la Lega Nazionale Dilettanti. L’elenco potrebbe allungarsi ancora.
Le radici affondano lontano. Nel secondo dopoguerra fu Giulio Onesti, alla guida del CONI, a costruire il patto implicito che regge tuttora: lo Stato riconosce l’autonomia dell’ordinamento sportivo e in cambio rinuncia a metterci le mani, mentre lo sport garantisce ordine e consenso. È il celebre principio di specificità dello sport. Nella pratica, però, quell’autonomia ha finito spesso per rovesciarsi nel suo contrario, diventando uno spazio dove la politica entra dalla porta di servizio proprio perché formalmente non dovrebbe entrare dalla principale.
Il paradosso è esploso in modo quasi comico nel febbraio 2025, quando 43 presidenti di federazioni sportive scrissero al governo per chiedere di superare il limite dei tre mandati imposto al CONI. Lo stesso limite che loro, in quanto federazioni, avevano già aggirato grazie a un emendamento reso possibile dal fatto che alcuni presidenti federali sedevano in Parlamento nella maggioranza. Berruto, ancora lui, la definì con precisione chirurgica non un conflitto ma un’«apologia di interessi»: legiferare su se stessi.
Cosa insegna questo sguardo largo? Che indignarsi per Durigon in quanto tale è ingenuo, o strumentale. Il fenomeno da analizzare non è un uomo ma un meccanismo. E i meccanismi si giudicano per come funzionano, non per la tessera di partito di chi li occupa in un dato momento.
Terzo movimento: perché la politica vuole il volley, e perché il volley può volere la politica
Qui si entra nel cuore economico e sociologico della faccenda. Proviamo a rispondere davvero: a cosa serve?
Comincio da ciò che la politica cerca nello sport. Sono tre cose, in ordine crescente di cinismo.
La prima è capitale simbolico e consenso. Lo sport, ricordava in sostanza Pierre Bourdieu, è uno dei pochi campi sociali capaci di produrre un’adesione emotiva pre-politica, trasversale, “pulita”. Presiedere una lega vincente vuol dire comparire accanto a scudetti e medaglie, legare il proprio nome al successo senza doverlo produrre. In una fase in cui la Nazionale maschile è campione del mondo e olimpica, e quella femminile domina l’Europa, il movimento è un asset reputazionale luccicante. La politica ci mette il cappello.
La seconda è radicamento territoriale. L’entusiasmo con cui il sindaco di Cisterna di Latina, sede della Cisterna Volley, ha salutato l’elezione di Durigon non è casuale: il volley è profondamente locale, fatto di palazzetti di provincia, di società legate a imprenditori del territorio, di bacini elettorali concreti. Per un partito come la Lega, che vive di radicamento, mettere le mani sulla governance del volley significa intrecciarsi con una rete capillare di comunità.
La terza, la più concreta, è la leva regolatoria e fiscale. Qui il velo cade. Secondo Il Fatto, i club si aspettano dai due dirigenti-politici «una mano per strappare qualche provvedimento di favore»: Durigon ha sul tavolo il dossier per estendere agli atleti la flat tax delle partite IVA, mentre Garavaglia potrebbe lavorare alla defiscalizzazione delle sponsorizzazioni sportive, tema caro anche al ministro dell’Economia Giorgetti. Tradotto in linguaggio da scienza politica, si costruisce un canale di accesso privilegiato fra un settore economico, i club, e il legislatore, incarnato nella stessa persona. È il sogno di ogni gruppo di interesse: avere il proprio lobbista non presso il potere ma dentro il potere.
C’è però l’altro lato, e sarebbe disonesto tacerlo. I club chiamano la politica perché la politica serve davvero. Lo sport italiano vive di una fragilità economica e infrastrutturale cronica: palazzetti vecchi, un fisco che scarica su volontariato e dilettantismo costi che altrove sono coperti dallo Stato, una visibilità mediatica schiacciata dal calcio. Avere ai vertici qualcuno con esperienza istituzionale e rapporti può significare, molto banalmente, ottenere che un decreto passi, che un fondo venga stanziato, che un palazzetto venga ristrutturato in tempo. Non è nobile, ma è funzionale. È la ragione per cui una parte dei club femminili, sostenuta secondo L’Espresso da realtà forti come Conegliano e Novara, guarda con favore all’asse leghista. Non per ideologia, per pragmatismo economico.
Questa è la tensione irriducibile. La politica nello sport è, allo stesso tempo, la malattia e una delle cure.
Quando funziona: i casi virtuosi
Un’analisi che si limitasse a dire “politica dentro lo sport uguale male” sarebbe propaganda. Esistono modi in cui la presenza pubblica nello sport genera valore reale.
Funziona quando la politica porta risorse e visione senza pretendere in cambio il controllo delle decisioni tecniche. Un europeo o un mondiale organizzati bene, con investimenti infrastrutturali che restano al territorio, sono esempi di sinergia positiva: lo Stato mette i capitali che il mercato sportivo da solo non genererebbe, e in cambio ottiene rigenerazione urbana e ritorno d’immagine legittimo.
Funziona quando il dirigente politico si comporta da facilitatore istituzionale: sblocca un provvedimento fermo, difende il settore in sede di legge di bilancio, apre porte che a un dirigente sportivo “puro” resterebbero chiuse. La stessa defiscalizzazione delle sponsorizzazioni, se fatta in modo trasparente e a beneficio di tutto il movimento anziché di pochi club amici, sarebbe un intervento pubblico sano.
Funziona soprattutto quando la competenza precede la tessera. Berruto è il controesempio perfetto: alla politica ci è arrivato dallo sport, dopo averlo vinto sul campo da tecnico, e non il contrario. La direzione conta enormemente. Chi porta in politica un sapere sportivo è una risorsa; chi porta nello sport un potere politico è, nella migliore delle ipotesi, un rischio da sorvegliare.
Quando si verificano danni
Il rovescio è altrettanto nitido, e la storia recente lo documenta.
Il danno più evidente è la cattura del regolatore. Quando la stessa persona siede in Parlamento e presiede la lega di un settore che chiede leggi di favore, la linea fra rappresentanza degli interessi e conflitto di interessi svanisce. La lettera dei 43 presidenti che legiferano sui propri mandati è il caso di scuola: l’organo che dovrebbe essere controllato scrive le regole di chi dovrebbe controllarlo.
Il secondo danno è l’occupazione come sistema di spartizione. Le parole dell’opposizione, “amichettismo” e “occupazione militare”, al netto della retorica descrivono un fenomeno reale: le poltrone sportive che diventano valuta di scambio politico, distribuite per appartenenza e non per merito. Quando una presidenza si assegna per acclamazione senza contendibilità, il messaggio implicito è che la scelta è avvenuta altrove, in una stanza dove i club pesano meno degli equilibri di partito.
Il terzo danno, il più sottile, è l’erosione della fiducia. Lo sport tiene insieme la società perché è percepito come uno spazio meritocratico, dove, per citare Silvia Salis agli Stati Generali del 2019, «vince il migliore». Ogni volta che la politica ci mette il cappello in modo troppo visibile, quel patto si incrina. Il volley “sport pulito” perde un po’ della sua pulizia non perché cambino i risultati in campo, ma perché cambia ciò che il pubblico crede di quei risultati. E la fiducia, in sociologia, è un capitale che si distrugge in fretta e si ricostruisce lentissimamente.
C’è infine la questione della rappresentanza femminile, che merita un affondo. Fabris, il predecessore alla Lega femminile, aveva indicato come profilo ideale «una donna imprenditrice che apra mondi nuovi». La prospettiva di rimpiazzarla con l’ennesimo uomo politico di partito racconta in miniatura come le logiche di spartizione tendano a schiacciare proprio le occasioni di innovazione e di rinnovamento della classe dirigente. In un movimento, quello femminile, tra i più vincenti al mondo sul campo, sarebbe un paradosso amaro.
Outro
Torniamo al punto di partenza. L’elezione di Durigon non è lo scandalo isolato che l’opposizione dipinge, e non è nemmeno l’atto neutro di ordinaria amministrazione che la maggioranza vorrebbe far passare. È la manifestazione più recente di un meccanismo antico, che attraversa tutta la storia dello sport italiano e tutti gli schieramenti.
La lezione che ne traggo, con l’onestà che questo spazio di riflessione che è Fuori Rete prova a tenere, è che il problema non è se la politica debba stare nello sport. Ci sta, ci starà sempre, e qualche volta è perfino utile che ci stia. Il problema è come, e con quali contrappesi.
Serve contendibilità. Le presidenze assegnate per acclamazione sono l’anticamera della spartizione. Un’elezione vera, con più candidati e un confronto pubblico sui programmi, è già di per sé un antidoto.
Serve trasparenza sul conflitto di interessi. Un parlamentare che presiede una lega interessata a leggi di favore dovrebbe come minimo astenersi dai provvedimenti che la riguardano. La regola aurea è semplice: non si vota su ciò che ti tocca da vicino.
Serve separazione fra governance tecnica e sponsorizzazione politica. La politica porti risorse e apra porte, ma tenga le mani lontane dalle scelte sportive e dagli equilibri interni del movimento.
E serve, forse più di ogni altra cosa, che la direzione torni quella giusta: più campioni che entrano in politica portando il sapere dello sport, meno politici che entrano nello sport portando il potere della politica.
Il volley italiano, sul campo, non ha mai vinto così tanto. Sarebbe un peccato storico se, fuori dal campo, si lasciasse vincere dalla peggiore tradizione del Paese.