L’assente più presente: Gabi Guimarães e l’economia delle stelle

La VNL 2026 ha già il suo caso mediatico. E la protagonista non ha ancora messo piede in campo.

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L’assente più presente: Gabi Guimarães e l’economia delle stelle

Hai acquistato un biglietto per vedere un film con Meryl Streep. Arrivi in sala, le luci si abbassano, e sullo schermo compare una scritta: la Streep non reciterà questa sera, ma il film va comunque avanti. Usciresti indignato, o aspetteresti i titoli di coda per giudicare?

Questa è, in sostanza, la situazione che si è trovato di fronte il pubblico brasiliano al Ginásio Nilson Nelson di Brasília, il 3 giugno 2026, giorno dell’esordio della Seleção nella Volleyball Nations League femminile. Gabriela Braga Guimarães, capitana, numero 10, 2 milioni di follower su Instagram, sponsor Nike, atleta membro della FIVB Athletes’ Commission, non era tra le quattordici iscritte. Non era in campo. Era sugli spalti, in borghese, a scambiare tchauzinhos con i tifosi che la chiamavano per nome.

Non ci è stata una sera. Non ci sono state due sere. Gabi ha saltato tutta la prima settimana a Brasília (Olanda, Repubblica Dominicana, Bulgaria, Italia), tutta la seconda ad Ankara, e ora la CBV ha ufficializzato: non ci sarà nemmeno a Osaka, in Giappone, dove il Brasile giocherà la terza e ultima settimana della fase di pool. Dodici partite. Zero minuti in campo. Un’assenza che, nel dibattito pubblico brasiliano, è diventata qualcosa di più di una nota medica.

Se hai poco tempo, ecco i cinque punti che tratterò in questo numero:

L’assenza di Gabi è un caso da manuale di quello che la sport economics chiama superstar externality: l’impatto di una singola atleta sull’audience, sulle aspettative e persino sui ricavi va ben oltre la sua prestazione diretta in campo.

Il commissario tecnico Zé Roberto ha ammesso apertamente che il pubblico “è venuto per vedere Gabi giocare”, trasformando involontariamente la sua star in un bene promesso che il prodotto finale non ha consegnato.

Il dibattito social che ne è seguito dimostra una frattura strutturale tra il Brasile interno - che esige, critica, consuma le sue stelle come benzina - e il Brasile esterno al suo confine - che le idolatra come popstar senza aspettarsi nulla in cambio.

La vicenda smonta la narrativa della maglia che viene prima di tutto: nel volley moderno, a differenza di quel che si racconta, le stelle non sono intercambiabili con il gruppo. Sono asset. E gli asset, quando mancano, si notano nel bilancio.

C’è infine una dimensione fisiologica e contrattuale che questa storia porta in superficie, spesso ignorata nel volley femminile: il costo nascosto di un calendario impossibile, che accumula stagione dopo stagione fino a chiedere il conto proprio nei momenti meno opportuni.


Un’assenza con più strati

Una premessa è doveroso farla. Nel mare magnum in cui si è discusso del caso, Fuori Rete non vuole entrare nel merito. Mi limiterò a dire che, stando a quanto raccolto, l’assenza di Gabi era già stata concordata, in virtù di alcune problematiche fisiche che accompagnano la stella brasiliana dall’adolescenza, e non riconducibili, alla gestione dell’Imoco. Ma definite quelle che sono le informazioni in mio possesso, partiamo dai fatti, perché in questo caso la cronologia conta. Gabi è stata la ultima a presentarsi al Centro di Sviluppo del Pallavolo di Saquarema, in ritardo rispetto alle compagne, per completare il recupero dopo una stagione con l’Imoco Conegliano che ha incluso 48 partite su 58 disputate dal club (l’82,75% dei match), un infortunio alla costola per uno scontro accidentale con Ting Zhu a marzo, una procedura annuale al ginocchio, la vittoria dello scudetto italiano e una semifinale di Champions League.

La commissione tecnica ha gestito l’arrivo con cautela, escludendola dalle prime convocazioni di gara pur tenendola con il gruppo. A Brasília era in panchina, a bordo campo, in silenzio. Ad Ankara lo stesso. Poi, il 28 giugno, la CBV ha emesso la nota ufficiale: problema lombare persistente, nessuna relazione con l’infortunio alla costola di marzo, trattamento fisioterapico in Brasile, rivalutazione al termine della terza settimana. Possibile rientro - se sarà - solo alle Finals, che si disputeranno a Macao tra il 22 e il 26 luglio.

Il medico della selezione, Júlio Nardelli, ha scelto parole precise nella nota: “il quadro che Gabi presenta oggi non ha relazione con la lesione alla costola che ha avuto nella stagione di club”. Una comunicazione chirurgica, quasi difensiva, come se anticipasse le domande più scomode.

Quelle domande sono arrivate lo stesso.


La frase che ha spostato il dibattito

Prima ancora che la CBV emettesse l’aggiornamento medico di giugno, era stato lo stesso Zé Roberto a consegnare alla cronaca la citazione più rivelatrice di questa storia. Era il 2 giugno, vigilia dell’esordio contro l’Olanda, e il tecnico stava spiegando perché Gabi non fosse tra le quattordici:

“O público brasileiro veio para ver a Gabi jogar. Por respeito ao público que vem, que torce, que paga seu ingresso, que merece ver as melhores em ação.”

Il pubblico brasiliano è venuto per vedere Gabi giocare. Per rispetto al pubblico che viene, che tifa, che paga il biglietto, che merita di vedere le migliori in campo.

Zé Roberto la intendeva come una promessa: avrebbe giocato presto, entro la prima settimana, perché il pubblico lo meritava. È diventata involontariamente una confessione economica. In quelle poche righe, il commissario tecnico ha riconosciuto qualcosa che nel volley si dice raramente ad alta voce: che certe atlete non sono schiacciatrici intercambiabili in un sistema collettivo. Sono il motivo per cui la gente compra il biglietto.

È una distinzione che in tanti sport è cosa nota, nel volley un po’ meno. Ed è il punto da cui dobbiamo partire.


Rosen e le superstars: perché piccole differenze di talento producono enormi differenze di visibilità

Nel 1981, l’economista Sherwin Rosen pubblicò su The American Economic Review un articolo destinato a diventare un pilastro della sport economics: “The Economics of Superstars”. La tesi centrale era apparentemente semplice ma devastante nelle sue implicazioni: in certi mercati, piccole differenze di talento producono differenze enormi e sproporzionate di reddito e di visibilità, non per ingiustizia ma per struttura.

Il meccanismo che Rosen identificava aveva due condizioni necessarie: la sostituzione imperfetta tra i fornitori del servizio (non puoi rimpiazzare Gabi con qualsiasi altra schiacciatrice: le sostituzioni non sono percepite come equivalenti dal pubblico) e la possibilità di consumo congiunto (una sola Gabi può essere vista contemporaneamente da migliaia di persone in arena e da milioni in streaming, senza che la qualità del “prodotto” si degradi per nessuno di loro).

Dove queste due condizioni coesistono, la concentrazione dei benefici tende a essere estrema. Il mercato premia in modo sproporzionato il margine di percezione, non quello di talento. Una schiacciatrice leggermente più brava, o semplicemente percepita come tale, non ottiene leggermente più attenzione. Ne ottiene molteplice.

Nel volley del 2026, Gabi Guimarães è probabilmente l’esempio più puro di questa logica a livello femminile. Con una fan base aggregata di milioni di followers, è una delle giocatrici più amate dal pubblico del volley. È atleta Nike. È stata eletta alla Athletes’ Commission della FIVB. Ha una email di management dedicata in bio. È stata premiata come miglior schiacciatrice in quattro edizioni diverse della VNL — 2019, 2021, 2022, 2025 e in due Campionati Mondiali. Quando gioca la Seleção Brasileira, una parte del pubblico viene per lei.

E quando non gioca, quella parte del pubblico - e dell’interesse mediatico - si fa sentire.


La superstar externality: il valore che non appare nelle statistiche

Nel 2006, gli economisti David Berri e Martin Schmidt hanno introdotto nell’analisi del basket NBA il concetto di superstar externality: l’effetto positivo che la presenza di un atleta di altissimo profilo produce su variabili che non riguardano direttamente la sua prestazione in campo: audience televisiva, vendite di biglietti, copertura mediatica, engagement sui social, interesse degli sponsor.

La logica è semplice ma spesso trascurata: una superstar non produce solo punti o assist. Produce attenzione, e l’attenzione nell’economia dello spettacolo è la materia prima da cui si ricava tutto il resto. I loro dati sul basket americano dimostravano che la presenza di un giocatore di elite muoveva variabili di audience in modo misurabile, indipendentemente dall’esito delle partite.

Il caso Gabi nella VNL 2026 è un esperimento involontario di superstar externality in assenza. E i segnali ci sono tutti, anche se non esiste ancora un numero preciso da citare.

Il dibattito che si è acceso in Brasile nelle settimane scorse non riguardava tanto le sconfitte. Il Brasile, pur senza Gabi, ha chiuso le prime due settimane con sette vittorie e una sola sconfitta, al secondo posto nel ranking di pool. Il dibattito riguardava l’assenza in sé. Perché? Perché l’assenza di una superstar è, paradossalmente, una presenza mediatica autonoma. Se ne parla, ci si divide, ci si indigna o ci si difende. Genera contenuti, genera engagement, genera conversazione. L’assenza di Gabi ha prodotto più articoli, post e reaction dell’esordio vincente di molte nazionali minori.

Questo è il lato visibile dell’externality negativa: l’interesse c’è, ma non si traduce in gioia, in identificazione positiva, in legame con il prodotto. Si traduce in frustrazione.


Il Brasile interno e il Brasile esterno: due tifoserie diverse per la stessa stella

C’è una cosa che Gabi ha detto in un’intervista a Olympics.com nell’agosto 2025 che merita di essere rileggere qui, perché illumina la struttura del suo pubblico con una precisione che nessun grafico demografico potrebbe eguagliare:

“Quando andiamo fuori dal Brasile, specialmente in Asia, vengo trattata come una popstar. Già in Brasile sono molto richiesta ma purtroppo il pubblico brasiliano ha un ambiente, sui social media, tossico. Non li seguo molto. Le persone proiettano le proprie frustrazioni sulla pallavolo, sul calcio e su altri sport. Quindi mi rattristo, ma non per me stessa, perché non mi riguarda. So di essere la prima a criticarmi quando esco dal campo. Penso che questo sia evidente dalla mia espressione. Quindi non è la pressione esterna che mi farà capire cosa devo fare o non fare.”

È una delle osservazioni più lucide che un’atleta possa fare su sé stessa come prodotto mediatico. Gabi ha capito, probabilmente prima del marketing, che la sua figura funziona in modo radicalmente diverso a seconda del contesto geografico e culturale in cui viene consumata.

In Giappone, Thailandia, Cina e Indonesia - mercati dove la VNL è seguita con un’attenzione che in Europa si riserva forse solo alla Champions League di calcio - Gabi è un’icona globale decontestualizzata, una figura che trascende il risultato sportivo. I fan account a lei dedicati su Instagram (il più attivo conta 30mila follower e viene curato dalla Thailandia) non si fermano quando perde. Continua a esistere anche quando è sugli spalti in borghese.

In Brasile, invece, Gabi è anche una cosa diversa: è la capitana che deve portare il titolo. È la responsabile di tutto quello che manca. La VNL non è mai stata vinta dalla Seleção Brasileira e ogni anno che passa senza quella coppa, il peso sulle sue spalle aumenta di un grammo. Il fatto che lei personalmente abbia vinto quasi tutto il vincibile a livello individual non mitiga la richiesta collettiva di un trofeo che porti la bandiera verdeoro.


La maglia non viene prima di tutto. Ecco perché

Nel volley esiste una narrazione potente e consolatoria che ritorna ogni volta che una stella manca, si infortuna o va male: la maglia viene prima di tutto. Il collettivo tiene. Il sistema tiene. Il metodo tiene.

È una narrazione nobile. Ed è parzialmente vera. Il Brasile di Zé Roberto tanto quanto l’Italia di Velasco hanno dimostrato in queste settimane di avere una profondità di roster che poche nazionali al mondo possono vantare. Le vittorie ci sono state. L’organizzazione ha retto.

Ma c’è un senso specifico in cui questa narrativa mente, e vale la pena dirlo chiaramente.

La maglia è un prodotto sportivo. Le stelle, in certi casi, sono qualcosa di più: sono prodotti mediatici autonomi che portano con sé un’audience che non appartiene alla maglia, ma a loro. Quella audience, quando la stella manca, non si sposta automaticamente sulla maglia. Si disconnette, o peggio si arrabbia.

Zé Roberto, nella sua dichiarazione del 2 giugno, ha riconosciuto implicitamente questa distinzione quando ha parlato di “rispetto al pubblico che paga per vedere le migliori in campo”. Non stava parlando di un pubblico generico che vuole vedere la selezione brasiliana. Stava parlando di un pubblico che ha comprato un biglietto aspettandosi Gabi. Sono due cose diverse. E confonderle è un errore comunicativo prima ancora che sportivo.

Quando la VNL arriva e Gabi non fa parte delle protagoniste in campo, il pubblico sente di aver acquistato qualcosa che non è stato consegnato. Non importa che la colpa non sia di nessuno, che il problema sia lombare e certificato, che la decisione sia tecnicamente corretta. L’esperienza percepita è quella del rimborso mancato.


Il calendario impossibile e il debito fisiologico

C’è un ultimo livello di questa storia che rischia di restare sepolto sotto il dibattito mediatico, e che invece merita spazio perché riguarda una struttura sistemica, non una vicenda individuale.

Gabi Guimarães ha disputato, nella stagione di club 2025/26 con il Conegliano, 48 partite su 58 in meno di dieci mesi. Ha avuto un infortunio alla costola a marzo. Ha una procedura annuale al ginocchio che fa parte della sua routine di manutenzione fisica. Il suo stop, superati i 30 anni, è fisiologico e dovuto. La sua assenza, tuttavia, accentua ancora di più gli interrogativi, tanti, che avvolgono il calendario delle nazionali e dei club, ormai sempre più ricco e affollato.

Il suo non è un caso isolato. È la norma per le atlete d’elite nel volley femminile europeo. I club di vertice - Conegliano, Vakıfbank e via discorrendo, giocano stagioni di 50-60 partite, inclusa Champions League, campionato nazionale e coppe. Le star di quelle squadre sono anche le star delle rispettive nazionali. Non esiste una finestra di recupero strutturata tra la fine della stagione di club e l’inizio della stagione di selezione: ci sono al massimo due o tre settimane, spesso meno.

Zé Roberto ha messo questo problema in prospettiva storica durante la conferenza stampa pre-VNL, con una comparazione che molti hanno sorvolato: ai tempi dell’oro olimpico del Brasile nel 2008 e nel 2012, la selezione disputava circa quaranta partite internazionali all’anno. Oggi ne disputa molte di più, in un contesto di club sempre più esigente.

Il corpo di un’atleta di 32 anni che ha giocato a livello d’élite da quando ne aveva 15 accumula un debito fisiologico che non si estingue con due settimane di riposo. Si gestisce. E a volte la gestione richiede scelte impopolari.

Il problema è che nessuno spiega mai questo debito al pubblico. Le comunicazioni delle federazioni parlano di “desconforto”, “preservação”, “avaliação”. Parole che suonano come eufemismi, perché il linguaggio medico dello sport di alto livello è tradizionalmente opaco. E quando il linguaggio è opaco, nel vuoto che lascia proliferano le interpretazioni: la star viene risparmiata perché è viziata, perché la federazione la tratta in modo speciale, perché c’è qualcosa che non ci viene detto.

La comunicazione trasparente sul carico di lavoro degli atleti d’elite - che esiste nel rugby, dove i pathway tra club e selezione sono codificati con regole precise sulle settimane di riposo - è uno degli investimenti che il volley fatica ancora a fare. È più comodo dire “desconforto lombare” che spiegare che il sistema produce più fatica di quanto possa essere recuperata in tempi compatibili con la stagione internazionale.


Cinque cose che questa storia ci insegna

Una stella non è intercambiabile con il gruppo, economicamente. Può esserlo tatticamente, il Brasile ha dimostrato di saper giocare e vincere anche senza la sua numero 10, ma non lo è dal punto di vista del valore mediatico che porta. L’audience di una superstar è in parte sua, non della maglia.

La superstar externality esiste anche in negativo. L’assenza di Gabi ha generato dibattito, coinvolgimento, copertura mediatica. Ma si tratta di un coinvolgimento a valenza negativa: frustrazione, polemica, delusione. Nel lungo periodo, questo tipo di engagement logora più di quanto costruisca.

Il pubblico non è omogeneo. Il pubblico brasiliano e il pubblico asiatico di Gabi sono due sistemi di aspettativa completamente diversi. Una comunicazione che non tiene conto di questa differenza parla sempre alla parte sbagliata.

Le promesse di campo hanno costi comunicativi. Zé Roberto ha detto “il pubblico è venuto per vedere Gabi giocare” e poi Gabi non ha giocato. Quella frase, nobilissima nelle intenzioni, ha amplificato la delusione perché ha codificato l’aspettativa ufficialmente. Nel marketing si chiama overpromise. Nello sport, lo chiamiamo ottimismo del tecnico. Il risultato è lo stesso.

Il calendario del volley d’élite produce un debito fisiologico strutturale. Non è una questione di resistenza individuale. È una questione di sistema. E finché il sistema non sarà ridisegnato - o almeno comunicato con onestà - continueremo a sorprenderci ogni estate quando le stelle più brillanti arrivano alle nazionali con le batterie scariche.