L'ombra lunga di chi vince: esternalità, beni pubblici e il valore che il volley italiano produce senza accorgersene
Perché il dominio di Conegliano arricchisce anche chi perde, perché una squadra di provincia vale più del suo bilancio, e perché il campionato è un bene comune che nessuno possiede.
Questi giorni sono forse l’unico momento di stasi che il mondo del volley ha. Tempo per riflettere, studiare e pianificare. Tanto per i club, che già pensano a settembre, quanto per i gruppi federali che a breve saranno chiamati a portare in alto i nostri colori nelle varie selezioni. Oggi preferisco allora parlare di concetti evergreen, a partire dal modo abituale di guardare una classifica, che è quello verticale. Chi sta sopra ha vinto, chi sta sotto ha perso, e il valore si misura in punti, scudetti, montepremi. È la lettura che il numero precedente di Fuori Rete ha provato a complicare, mostrando come la corsa verso l’alto sia spesso una corsa a somma zero in cui spendere di più serve soltanto a restare fermi. Oggi proviamo a girare la telecamera di novanta gradi. Invece di chiedere chi vince e a quale prezzo, chiediamo una cosa diversa e meno ovvia: quanto valore produce una partita di volley per chi non la gioca?
È la domanda fondante di un intero ramo dell’analisi economica dello sport, quello che tratta l’attività sportiva non come un mercato chiuso tra produttori e consumatori, ma come un generatore di effetti che ricadono su soggetti terzi. In gergo si chiamano esternalità. Sono i costi e i benefici che un’attività economica scarica su chi non partecipa alla transazione, e che il prezzo di mercato non cattura. Quando il vicino tiene il giardino curato e tutto il quartiere ne gode senza pagarlo, quella è un’esternalità positiva. Quando una fabbrica inquina un fiume e chi sta a valle ne paga le conseguenze, quella è negativa. Lo sport, e il volley di alto livello italiano in modo particolarmente nitido, è una macchina che produce esternalità in continuazione, in tre direzioni diverse e quasi mai contabilizzate.
Questo numero le mette in fila tutte e tre, e poi prova a fonderle in un’idea sola. La tesi è che il sistema-volley italiano produca un valore collettivo enormemente superiore alla somma dei valori dei singoli club, e che questa eccedenza, invisibile nei bilanci, sia la vera ragione per cui una società ha senso anche quando, sul taraflex, perde. Come se,pre, vi auguro una buona lettura!
La teoria: tre famiglie di esternalità
La letteratura sull’economia dello sport, da Rottenberg in avanti, ha messo a fuoco progressivamente che il prodotto sportivo ha una caratteristica anomala rispetto a quasi ogni altro bene. La sua produzione richiede necessariamente più di un soggetto. Una fabbrica di scarpe può produrre da sola; una squadra di pallavolo non può giocare contro sé stessa. Questa banalità apparente ha una conseguenza economica profonda: il valore non è generato dal singolo club, ma dalla relazione tra i club. E dove c’è relazione obbligata, ci sono esternalità.
La prima famiglia è quella delle esternalità sociali, ed è la più studiata in chiave di politica pubblica. Riguarda i benefici che lo sport produce per la collettività al di fuori del recinto agonistico: salute, coesione, capitale sociale, identità territoriale. È la dimensione che porta a trattare lo sport, almeno in parte, come un bene meritorio, qualcosa che la società ha interesse a sostenere oltre quanto il mercato spontaneamente farebbe, perché i suoi frutti si distribuiscono ben oltre chi paga il biglietto.
La seconda famiglia, più sottile e più affascinante, è quella delle esternalità competitive, gli effetti che ogni club scarica sugli altri club semplicemente esistendo e competendo. È qui che il volley diventa un caso di studio quasi da manuale. Quando una squadra costruisce un dominio, non sottrae soltanto trofei alle rivali: produce su di loro un effetto ambivalente, in parte distruttivo e in parte, controintuitivamente, generativo.
La terza famiglia è quella delle esternalità di rete, dove il valore non sta nel nodo ma nel sistema. Un campionato vale come prodotto televisivo, come asset commerciale, come oggetto di attenzione mediatica, in funzione della sua interezza, e ogni club che vi partecipa contribuisce a quel valore complessivo del quale poi nessuno è proprietario esclusivo. È la logica per cui un telefono isolato non vale nulla e una rete telefonica vale moltissimo: il valore cresce con il numero e la qualità delle connessioni, non con il singolo apparecchio.
L’ambizione di questo numero è mostrare che nel volley italiano queste tre forze non agiscono separatamente. Si intrecciano, si alimentano a vicenda, e disegnano un sistema in cui il club è simultaneamente produttore e beneficiario di valore altrui. Proviamo a smontarlo pezzo per pezzo.
Prima esternalità: il club come bene pubblico territoriale
Partiamo dal livello più tangibile. Una società di volley che milita stabilmente nella massima serie produce, per il territorio che la ospita, una serie di benefici che non transitano dal suo conto economico.
Il più evidente è di natura quasi infrastrutturale. Un club di Superlega o di A1 femminile riempie un palazzetto, lo tiene attivo, ne giustifica la manutenzione e talvolta la costruzione. Quel palazzetto, nei giorni in cui non si gioca, serve alla pallavolo giovanile, alle scuole, ad altre discipline. Il club è il committente implicito di un’infrastruttura che la comunità usa anche al di fuori delle sue partite, senza pagarne il costo pieno. È un’esternalità positiva nel senso più classico del termine.
Poi c’è l’effetto sul movimento giovanile, che il numero precedente di questa rubrica ha già toccato parlando di Organizational Slack. Una città che ha una squadra in massima serie genera vocazioni. Il ragazzino che vede la prima squadra giocare in televisione o dal vivo, e che si iscrive al settore giovanile della stessa società o di un club minore della zona, è un beneficio che si distribuisce su un orizzonte di anni e che ricade in larga misura su soggetti diversi dal club che l’ha innescato. Molti di quei ragazzi finiranno per giocare altrove, alleneranno altrove, arbitreranno altrove. Il club che ha acceso la scintilla ne cattura una frazione minuscola. Il resto è esternalità, dispersa nel tessuto sportivo nazionale.
C’è infine la dimensione identitaria e sanitaria, quella che gli osservatori economici del settore quantificano sotto la voce dell’impatto sociale dello sport: la coesione attorno a un’appartenenza condivisa, il volontariato che muove le società minori, il valore di salute pubblica generato da una pratica sportiva che il vertice professionistico contribuisce a rendere desiderabile. Questi effetti sono reali, sono economicamente significativi, e sono quasi interamente esterni al bilancio del club. Una società che chiude i battenti non porta con sé soltanto la propria perdita: cancella un flusso di benefici che si era diffuso ben oltre i propri confini.
È la ragione per cui le istituzioni locali sostengono i club anche quando la logica strettamente di mercato non lo giustificherebbe. Non si tratta, o non si tratta soltanto, di favore politico. Si tratta del riconoscimento implicito che il club produce un bene di cui la collettività gode senza pagarlo per intero, e che il mercato, lasciato a sé stesso, ne produrrebbe meno del socialmente desiderabile. È la definizione da manuale di un bene meritorio.
Seconda esternalità: il paradosso del dominio che arricchisce le rivali
Qui entriamo nel territorio più sorprendente, ed è quello dove il volley italiano offre il suo esempio più puro. La domanda è scomoda: il dominio assoluto di un club danneggia il campionato, o lo nutre?
Prendiamo il caso che tutti hanno in mente. Nella stagione 2025-26 la Prosecco Doc Imoco Conegliano ha vinto il suo ottavo scudetto consecutivo, chiudendo la regular season con venticinque vittorie e una sola sconfitta. È un dominio che, letto attraverso la lente dell’incertezza del risultato, dovrebbe deprimere l’interesse: se l’esito è scontato, perché guardare? La teoria classica dell’economia dello sport, l’ipotesi dell’incertezza dell’esito formulata da Rottenberg nel 1956, prevede che la domanda per una competizione cresca al crescere dell’imprevedibilità del risultato. Un campionato già deciso a ottobre dovrebbe svuotarsi.
Eppure non accade. E la ragione è che il dominio produce un’esternalità competitiva positiva che la teoria classica fatica a vedere. Conegliano, vincendo sistematicamente, genera per le rivali tre tipi distinti di valore.
Il primo è un valore di benchmark. Esiste un metro di paragone assoluto, una squadra che definisce cosa significhi eccellenza. Le rivali non competono soltanto per lo scudetto: competono per la distanza da Conegliano, e ogni avvicinamento a quella distanza è esso stesso un risultato vendibile, narrabile, monetizzabile. Quando Milano porta Conegliano a gara-4 nella finale 2025-26, strappando una partita in casa delle Pantere, non vince lo scudetto, ma cattura un pezzo del valore generato dal prestigio dell’avversaria. La grandezza di chi domina rende prezioso anche solo avvicinarsi.
Il secondo è un valore di attrazione. Un campionato che ospita una delle squadre più forti del mondo diventa una destinazione per atlete e atleti di primo livello, e quella reputazione si riversa sull’intero torneo. La giocatrice di vertice che valuta dove andare considera l’Italia perché in Italia c’è Conegliano, e una volta che il campionato è entrato nel suo orizzonte, anche le altre società ne beneficiano nelle trattative. Il club dominante alza il prestigio della lega, e il prestigio della lega è un bene che si distribuisce su tutti i partecipanti. È un’esternalità pura: Conegliano paga per costruire la propria forza, e una parte del ritorno se lo prende il resto del sistema.
Il terzo è il più paradossale, ed è un valore di antagonismo. Un dominio genera il desiderio del suo rovesciamento. La squadra che vince sempre crea, nel pubblico, un investimento emotivo nella speranza che qualcuno la fermi. Quell’attesa è domanda, è attenzione, è valore. Una parte non trascurabile dell’interesse attorno alla A1 femminile degli ultimi anni è proprio l’attesa della fine di un’egemonia, e quell’attesa è prodotta dall’egemonia stessa. Chi domina fabbrica, come sottoprodotto involontario, la tensione narrativa che tiene vivo il campionato.
C’è ovviamente il rovescio della medaglia, e va detto con onestà. Oltre una certa soglia il dominio smette di nutrire e comincia a erodere. Se la distanza diventa incolmabile, se nessuna rivale riesce mai ad avvicinarsi davvero, il valore di benchmark si svuota e il valore di antagonismo si trasforma in rassegnazione. L’esternalità competitiva positiva ha una curva a campana: cresce con il dominio fino a un punto di massimo, oltre il quale diventa negativa. La domanda interessante, per il volley femminile italiano, è esattamente dove si trovi quel punto, e se otto scudetti consecutivi lo abbiano superato o stiano ancora alimentando l’attesa. È una questione empirica aperta, e il fatto che la finale 2025-26 sia comunque arrivata a gara-4 suggerisce che il sistema sia ancora sul versante buono della curva.
Terza esternalità: il campionato come rete che nessuno possiede
Saliamo di un ulteriore livello. Finora abbiamo parlato di effetti tra club e tra club e territorio. Ma c’è un soggetto economico che esiste solo come somma delle relazioni: il campionato in quanto tale.
Il prodotto che viene venduto a una televisione, a uno sponsor di lega, a una piattaforma di streaming, non è la singola partita né la singola squadra. È il torneo come oggetto unitario, con la sua narrazione stagionale, la sua classifica che si muove, la sua corsa salvezza e la sua corsa scudetto che procedono in parallelo. Quel prodotto ha un valore che eccede la somma delle partite che lo compongono, e quel valore in eccesso è una pura esternalità di rete.
Il punto cruciale, qui, è che ogni club contribuisce al valore della rete molto più di quanto ne catturi individualmente. La squadra che lotta per non retrocedere, e che nella lettura verticale della classifica sembra un peso, è in realtà un nodo necessario della rete: senza la sua presenza non esisterebbe la lotta salvezza, che è uno dei prodotti narrativi più venduti del campionato. La sua partita contro un’altra squadra di bassa classifica, irrilevante per lo scudetto, è materia viva del pacchetto televisivo. Il valore che genera non se lo prende lei: si riversa sul prodotto-lega, e da lì viene redistribuito secondo logiche che raramente premiano chi quel valore lo ha materialmente prodotto.
Questo crea una tensione strutturale che è il cuore economico di ogni lega sportiva. Il valore è prodotto collettivamente, dalla rete, ma è appropriato individualmente, dai club, in proporzioni che non corrispondono al contributo. Le big catturano una quota del valore di rete superiore a quella che generano, perché trascinano l’attenzione; le piccole ne catturano una quota inferiore, perché sono invisibili pur essendo necessarie. È la stessa asimmetria che attraversa qualsiasi infrastruttura condivisa, e spiega perché la governance delle leghe sportive ruoti ossessivamente attorno ai meccanismi di redistribuzione: la mutualità, la ripartizione dei diritti, i criteri di accesso alle competizioni continentali. Sono tutti tentativi, più o meno riusciti, di far corrispondere l’appropriazione del valore alla sua produzione effettiva.
Il volley italiano, con un mercato televisivo e commerciale più contenuto di quello del calcio, vive questa tensione in forma quasi cristallina. Il valore di rete è reale ma sottile, e la sua distribuzione determina in modo diretto la sostenibilità dei club che operano ai margini. Una redistribuzione che ignorasse il contributo delle piccole alla rete accelererebbe la loro uscita, e ogni uscita impoverisce la rete per tutti, comprese le big che di quella rete sono le prime beneficiarie.
La sintesi: il sistema-volley come bene comune
Mettiamo ora insieme i tre fili, perché è nella loro fusione che sta l’idea originale di questo numero.
Ciò che emerge, sovrapponendo esternalità sociali, competitive e di rete, è che il volley italiano di alto livello non è un insieme di imprese che competono in un mercato. È un bene comune, nel senso tecnico che gli economisti danno a questo termine: una risorsa il cui valore è prodotto collettivamente, dal quale è difficile escludere chi non contribuisce, e che è soggetto a sovrasfruttamento e sottoinvestimento se lasciato alla pura logica individuale.
Ogni club, quando opera, produce simultaneamente valore per sé e valore per il sistema. Conegliano costruisce il proprio dominio e, come sottoprodotto, alza il prestigio dell’intera lega. La squadra di provincia lotta per la salvezza e, come sottoprodotto, tiene vivo un nodo della rete e un presidio sportivo sul territorio. La società che investe nel vivaio cattura una frazione minima del valore che immette nel movimento nazionale. In ogni caso, la parte di valore che eccede il bilancio del singolo è esternalità: ricade su altri, e nessuno la paga.
Questa è la chiave che permette di rileggere la conclusione del numero precedente sotto una luce nuova. Lì avevamo sostenuto che la salvezza è spesso la scelta razionale, perché la partecipazione alla massima serie è un asset, una forma di Organizational Slack reputazionale che la retrocessione distrugge. Ora possiamo dire qualcosa di più forte. Quell’asset non vale soltanto per il club che lo possiede. Vale per il sistema intero, perché la presenza di quel club nella massima serie è un contributo alla rete, al territorio, alla competizione. Quando una società si salva, non difende soltanto il proprio valore: preserva un pezzo di un bene comune.
Ed è qui che la lettura verticale della classifica mostra tutto il suo limite. Guardare solo chi sta sopra e chi sta sotto significa vedere unicamente il valore catturato, ignorando il valore prodotto. Significa non vedere che la squadra ultima in classifica può immettere nel sistema più valore di quanto ne porti a casa, e che il club che domina può catturare più valore di quanto ne generi. La classifica misura l’appropriazione. Le esternalità misurano la produzione. E le due cose, nello sport come in ogni bene comune, non coincidono quasi mai.
Outro
Come da prassi, riassumo qui i temi principali dello studio odierno, con la speranza che possa essere sempre motivo di confronto e dibattito.
Le esternalità sono i benefici e i costi che un’attività scarica su soggetti che non partecipano alla transazione e che il prezzo di mercato non cattura. Lo sport, e il volley di alto livello in modo particolarmente nitido, ne produce in continuazione perché il suo prodotto richiede per definizione più di un soggetto: il valore nasce dalla relazione tra i club, non dal singolo club.
Le esternalità sociali fanno del club un bene meritorio territoriale. Palazzetti tenuti vivi, vocazioni giovanili che si disperdono nel movimento nazionale, salute pubblica e identità collettiva sono benefici che ricadono in larga parte fuori dal bilancio della società. È la ragione economica, non solo politica, per cui le istituzioni sostengono i club anche oltre la pura logica di mercato.
Le esternalità competitive producono il paradosso del dominio generativo. Conegliano, con il suo ottavo scudetto consecutivo e una regular season da venticinque vittorie su ventisei, non sottrae soltanto trofei: genera per le rivali un valore di benchmark, un valore di attrazione e un valore di antagonismo. L’effetto è positivo fino a una soglia, oltre la quale il dominio incolmabile si trasforma in rassegnazione. La finale a gara-4 del 2025-26 suggerisce che il sistema sia ancora sul versante fertile di quella curva.
Le esternalità di rete fanno del campionato un prodotto che vale più della somma delle sue partite. Ogni club, anche l’ultimo, è un nodo necessario, ma il valore di rete viene catturato individualmente in proporzioni che non corrispondono al contributo: le big si appropriano di più di quanto generano, le piccole di meno. È la tensione che la governance delle leghe prova a correggere con la mutualità e la redistribuzione.
La sintesi è che il volley italiano di alto livello è un bene comune: valore prodotto collettivamente, difficile da recintare, esposto a sottoinvestimento se affidato alla sola logica individuale. La classifica misura il valore catturato; le esternalità misurano il valore prodotto. Le due grandezze quasi mai coincidono. E la salvezza di una squadra di provincia, in questa luce, non è la difesa di un asset privato: è la conservazione di un pezzo di patrimonio che appartiene a tutti, e che nessuno possiede.