Nazionali e club: due facce dello stesso bene

Nei giorni in cui le voci su un nuovo calendario prendono forma, un’analisi su esternalità, diritti di proprietà e azione collettiva nel rapporto tra club e federazioni nella pallavolo internazionale

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Nazionali e club: due facce dello stesso bene

Da qui al 2032 il calendario internazionale della pallavolo dovrà attraversare quattro anni di trattative, un pacchetto di manifestazioni che ogni stagione impegna i club fino a 153 giorni consecutivi - dal 16 maggio al 15 ottobre - durante i quali le nazionali hanno sempre la priorità su qualsiasi programmazione di club. Dai Giochi del Mediterraneo di Taranto all’Europeo itinerante che porterà l’Italia anche a Göteborg, passando per la Volleyball Nations League e i Mondiali, l’estate della pallavolo non conosce tregua: da un capo all’altro del calendario ogni federazione chiama, ogni club risponde, e nessuno, fino a oggi, ha mai messo per iscritto chi debba pagarne il conto.

È il tema al centro della consultazione avviata dalla FIVB sul calendario 2029-2032, che per la prima volta coinvolge anche i club. Tra le ipotesi sul tavolo, la più discussa: spostare alcune manifestazioni - Mondiale 2029 in testa - su una finestra invernale, dentro la stagione dei club.

Non basta, però, a liberare l’estate. Il rischio concreto è che l’estate resti comunque occupata e che, in più, si aggiungano nuove finestre durante l’anno sportivo. Il problema si sposta, non si risolve. E la domanda torna sempre la stessa, brutale: i giocatori chi li paga?

Perché esiste la nazionale e cosa restituisce ai club?

Un dato, prima di tutto: la nazionale resta il principale generatore di attenzione per l’intero movimento. È il luogo dell’identità, quello in cui il pubblico riconosce il proprio Paese, in cui una vittoria avvicina alla pallavolo persone che normalmente non seguono un campionato.

In termini economici si comporta quasi come un bene pubblico: il suo “consumo” - l’entusiasmo per un successo, la crescita del movimento, la copertura mediatica che ne segue - non è rivale né escludibile, e si distribuisce sull’intero sistema, federazioni, sponsor, broadcaster, base agonistica, a prescindere da chi ne abbia sostenuto il costo. È la definizione che Paul Samuelson mise nero su bianco a metà degli anni Cinquanta. Applicata alla pallavolo, spiega un rischio strutturale di free-riding: chi produce materialmente il prodott, in larga parte i club, attraverso anni di formazione e ingaggio, non è detto sia chi ne incassa per intero il ritorno.

Il conto, però, parte sempre dallo stesso lato del campo. Dietro ogni giocatore convocato c’è quasi sempre un club che lo ha acquistato, formato, allenato, pagato. È il club a sostenere il costo del contratto per l’intera stagione, a costruire una rosa attorno a quel giocatore, a programmare il campionato contando sulla sua disponibilità. La FIVB, nelle proprie regole, riconosce già questa relazione: i club sono obbligati a liberare i propri tesserati per le nazionali durante il periodo internazionale fissato dalla federazione, quei 153 giorni, dal 16 maggio al 15 ottobre, in cui le nazionali hanno sempre la priorità.

Una scelta comprensibile sul piano sportivo. Ma sul piano economico apre una domanda che nessun regolamento ha ancora risolto: se il giocatore appartiene al club per contratto, perché il costo della sua indisponibilità dovrebbe ricadere quasi interamente sul club?

Chi paga davvero i giocatori?

Un club di Serie A1 non paga un giocatore soltanto per le partite che disputa. Paga un contratto annuale, una struttura, uno staff, la preparazione, le assicurazioni, le trasferte: tutto ciò che serve per tenere quell’atleta in condizione di scendere in campo.

Quando arriva la convocazione, il club continua a pagare lo stipendio (su questo tema prometto di ritornarci in futuro ndr) e perde, per settimane, la disponibilità del proprio investimento. Non è una colpa della nazionale. È un problema di redistribuzione del valore, e ha un nome preciso nei manuali di economia: esternalità. Un soggetto, in questo caso la federazione internazionale, attraverso la convocazione obbligatoria, scarica un costo su un altro soggetto, il club, che non ha voce in capitolo sul prezzo. Lo schema lo aveva già descritto negli anni Venti l’economista Arthur Cecil Pigou: quando chi genera un costo non è tenuto a internalizzarlo, il sistema, lasciato a sé stesso, non produce un esito efficiente. Ronald Coase, decenni dopo, aggiunse il tassello mancante: se i diritti sull’asset fossero definiti con chiarezza, nel caso del volley se fosse chiaro chi “possiede” il tempo del giocatore in un dato periodo, le parti potrebbero negoziare un compenso a prescindere da chi detenga formalmente quel diritto. Nella pallavolo, come nel calcio prima delle riforme dei primi anni Duemila, quel diritto non è mai stato prezzato: il regolamento assegna la priorità sportiva alla nazionale, ma non fissa alcun valore per l’uso dell’asset.

C’è un secondo meccanismo, più sottile, dietro l’angolo: il cosiddetto hold-up problem. Quando una parte, il club, compie un investimento specifico e difficile da recuperare altrove (anni di formazione, ingaggio, struttura costruita attorno a un singolo atleta), la controparte che può disporre di quell’asset per obbligo regolamentare ha un incentivo strutturale a catturarne il valore senza compensarlo pienamente. Non serve malafede: è l’esito prevedibile di uno squilibrio istituzionale.

E quando arriva l’infortunio, vedi il caso di Daniele Lavia, il conto si aggrava. Un atleta che si fa male in nazionale e resta fuori per mesi può costare al club una stagione intera, sportivamente ed economicamente.

Il calcio, su questo fronte, ha già scritto un precedente. Non per iniziativa spontanea: è servito un contenzioso durissimo. Novembre 2004, amichevole Marocco-Burkina Faso: al centrocampista Abdelmajid Oulmers, tesserato per il Charleroi, si rompono i legamenti della caviglia nonostante il club avesse chiesto alla FIFA di tenerlo a riposo. Otto mesi di stop. Il Charleroi porta la FIFA in tribunale per ottenere un risarcimento; il G14 - l’associazione dei grandi club europei, antesignana dell’attuale European Club Association - si affianca con una richiesta di danni che sale a 860 milioni di euro, calcolati sugli anni di stipendi versati ai giocatori “prestati” alle nazionali senza alcun ristoro. La causa non arriva mai a sentenza. Gennaio 2008: sotto la minaccia di un verdetto che avrebbe potuto riscrivere i rapporti tra club e federazioni, FIFA e UEFA trattano e trovano un accordo, in cambio del ritiro di tutte le cause pendenti. Da quella trattativa nascono il Club Protection Programme, il fondo che assicura i club contro gli infortuni in nazionale, e il Club Benefits Programme, il meccanismo che redistribuisce ai club una parte dei ricavi delle competizioni internazionali.

I numeri, oggi, dicono quanto valga prezzare quell’esternalità. Mondiale 2026: 355 milioni di dollari messi a disposizione dei club dalla FIFA, il 70% in più rispetto ai 209 milioni distribuiti dopo Qatar 2022. Circa 11.000 dollari al giorno per ogni giocatore convocato, compenso riconosciuto per la prima volta anche nelle partite di qualificazione. In Europa, l’UEFA ha distribuito 233 milioni di euro a oltre 900 club dopo Euro 2024, con pagamenti che a Euro 2020 andavano dai 2.900 agli 8.700 euro per giocatore al giorno, a seconda della categoria del club.

Cifre che raccontano una cosa semplice: il principio “chi usa l’asset, lo paga” non è un’utopia regolamentare. È una soluzione negoziata sotto la pressione di una causa da quasi un miliardo di euro. La pallavolo, quel passaggio, non lo ha ancora affrontato.

Può esistere un calendario misto?

Il calendario misto, per come viene ipotizzato oggi, non regge. Almeno non così.

Non perché sia impossibile, sul piano organizzativo, incastrare partite delle nazionali dentro la stagione dei club: è già successo. Il problema è chi può permetterselo.

Il calcio dispone di una struttura economica di un altro ordine di grandezza: ricavi televisivi enormemente superiori, capacità commerciale incomparabile, meccanismi di redistribuzione in grado di compensare almeno in parte i club. Un settore con risorse commerciali di un ordine di grandezza superiore può permettersi di redistribuirne una parte senza mettere in crisi gli anelli più deboli della filiera. Alla pallavolo, quel margine, manca. Trasferire senza correttivi anche solo una parte del modello calcistico rischierebbe di scaricare il costo sui club, senza il contrappeso che nel calcio ha reso il sistema sostenibile.

C’è poi un problema tutto sportivo. Una stagione di club non è fatta soltanto di partite: preparazione, carichi di lavoro, recupero, viaggi, coppe europee, campionato, playoff. Una lunga finestra per le nazionali interrompe il percorso costruito da un allenatore in mesi di lavoro, e chiede agli atleti di rientrare e tornare subito competitivi.

La FIVB, del resto, prevede già un periodo di priorità assoluta per le nazionali e finestre di quattordici giorni, prima e dopo ogni competizione internazionale, in cui i club non possono operare normalmente, salvo autorizzazioni.

Se le nazionali dovessero entrare anche dentro la stagione dei club, quell’equilibrio già delicato diventerebbe ancora più fragile.

Non basta, quindi, cambiare le date sul calendario.

Prima di cambiare il calendario bisogna cambiare il sistema

La vera questione è un’altra. Le nazionali restano uno dei patrimoni più importanti della pallavolo. Ma proprio perché lo sono, non possono essere considerate economicamente scollegate dal sistema che le tiene in piedi.

La nazionale non nasce dal nulla. Nel sistema attuale nasce dai club: sono loro a costruire i giocatori che diventano protagonisti delle grandi competizioni internazionali, a pagare gli stipendi, a sostenere il rischio dell’investimento, a gestire - in caso di infortunio - le conseguenze sportive di una partita giocata con una maglia diversa.

C’è, infine, una ragione strutturale per cui il calcio è arrivato a un sistema di compensazione e la pallavolo no: il problema dell’azione collettiva. Un singolo club, per quanto forte, (Sirci a Perugia ha già espresso a vari media il suo dissenso) ha un potere contrattuale minimo davanti a una federazione internazionale: il costo di una battaglia per un compenso equo ricade su chi la combatte, il beneficio - se arriva - si distribuisce su tutto il sistema, compresi i club che non hanno rischiato nulla. Il calcio ha superato quella dinamica solo con un’azione coordinata: prima il G14, poi la sua evoluzione nell’attuale European Club Association, capace di negoziare da una posizione di forza collettiva.

Nella pallavolo qualcosa si muove, ma è ancora agli inizi. Maggio 2025, Istanbul: dodici tra i principali club femminili europei fondano la Women’s European Volley Club Association (WEVCA), con l’obiettivo dichiarato di diventare un interlocutore istituzionale riconosciuto da CEV e FIVB anche sui temi del calendario. Un primo passo. Ma resta un embrione: nessuna forza contrattuale paragonabile a quella costruita dal calcio in oltre quindici anni di trattative, cause legali, accordi quadro.

La discussione sul calendario 2029-2032, allora, non può partire solo dalla domanda “quando vogliamo giocare le competizioni delle nazionali?”.

Deve partire da una domanda più semplice: “chi sostiene il costo di questo calendario?”

Se la risposta resta quasi esclusivamente “i club”, prima di spostare Europei e Mondiali da una stagione all’altra servirà costruire un sistema di compensazione, assicurazione e redistribuzione che riconosca concretamente chi finanzia il talento internazionale.

Il vero problema non potrà mai essere la banale scelta tra estate e inverno. Se la pallavolo vuole continuare ad avere due mondi separati: da un lato quello delle nazionali e dall’altro quello dei club, o riconoscere, finalmente, che sono due facce dello stesso prodotto.

Se lo sono, il conto va condiviso. La consultazione tra FIVB e club, intanto, è già cominciata: le prime indicazioni sul calendario 2029-2032 sono attese nei prossimi mesi. Il countdown, di fatto, è già partito.