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# Pallavolo, un'azienda che dura quindici anni?
- URL: https://fuori-rete.ghost.io/pallavolo-unazienda-che-dura-quindici/
- Published: 2026-08-14T05:58:21.000Z
- Updated: 2026-10-19T19:13:50.000Z
- Description: Quanto durano i club italiani e cosa racconta la loro età sul futuro del movimento
- Author: Laerte Salvini
- Tags: Newsletter, #Migrated-1792437011359, #Import 2026-10-19 19:13

Passano le stagioni, gli anni e i meeting. E, quasi sempre, il discorso torna lì: **portare il volley allo status di impresa sportiva**.

È un obiettivo giusto. Ma c’è una domanda che mi sono posto: che cosa rende davvero un club un’impresa? Non soltanto i bilanci, gli sponsor, gli investimenti o la capacità di stare sul mercato. C’è anche una storia. Un avviamento. Un percorso costruito nel tempo. Una struttura capace di attraversare le stagioni e, soprattutto, di sopravvivere a chi l’ha fondata. Un’impresa può anche durare pochi anni, certo. Ma difficilmente può definirsi un’azienda sportiva solida e vincente se non riesce a costruire continuità.

Da qui nasce questa ricerca. Ho provato ad andare oltre il concetto, ormai quasi automatico, di professionalizzazione del volley. Perché se vogliamo avvicinarci davvero allo sport professionistico in tutte le sue dimensioni - non soltanto su quella atletica, dove la pallavolo italiana ha già raggiunto livelli enormi - dobbiamo parlare anche di **continuità aziendale, storicità e longevità dei club**.

Con una lente di ingrandimento ho quindi provato a ricostruire nel modo più accurato possibile la situazione attuale dei massimi campionati italiani, maschile e femminile. E il quadro che emerge è piuttosto netto: **un brand, una storia, una tradizione societaria condivisa dal movimento ancora non ci sono. O esistono soltanto in poche piazze.**

E poche piazze, per quanto importanti, non bastano a trascinare un intero movimento verso un modello compiuto di impresa sportiva.

Ne viene fuori un numero un po’ più tecnico del solito, forse anche un po’ più macchinoso. Ma questa è **Fuori Rete**, la newsletter che prova a spiegare il volley. E oggi proviamo a capire quali sono alcuni dei suoi limiti, partendo da una domanda molto semplice: **quanto sono vecchie, davvero, le società che compongono la pallavolo italiana?**

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## Da dove sono partito

Cominciamo dalla domanda più semplice che si possa fare a un campionato: **quanti anni ha?**

Non il campionato, quello lo sappiamo. La SuperLega ha appena celebrato la sua ottantunesima edizione. Le squadre. Da quanto tempo esistono le dodici società che nella stagione 2025/26 si sono contese lo scudetto maschile, e le quattordici che hanno fatto lo stesso nel femminile.

La prima risposta dice che **la metà delle squadre di SuperLega ha meno di quindici anni e mezzo**. Nessuna delle dodici è stata costituita prima del 1990.

Ma è una risposta che, da sola, dice poco. Perché quando si prova a misurare l’età di una società sportiva bisogna prima decidere che cosa significa davvero “esistere”. La data di fondazione? La nascita del club? Una fusione? Un cambio di denominazione? Una nuova società che eredita storia, titolo sportivo e pubblico da quella precedente?

È qui che il numero smette di essere un numero.

Quando si parla della storicità di **Modena”**, in realtà stiamo parlando di almeno tre cose diverse. C’è la **realtà sportiva**: la pallavolo di vertice giocata in quella città, con quel pubblico, in quel palazzetto. Comincia nel 1966, quando i fratelli Panini fondano una squadra destinata a vincere undici scudetti. C’è il **titolo sportivo**: la licenza che permette di iscriversi alla SuperLega. Si compra, si vende, si trasferisce. La Lega Pallavolo Serie A apre ogni anno una finestra per farlo e ratifica le operazioni. E poi c’è la **società giuridica**. L’associazione, la SSD, la S.r.l. È il soggetto che firma i contratti, paga gli stipendi, deposita i bilanci. E soprattutto risponde dei debiti.

Le tre cose non sempre coincidono. Nel caso di Modena, per esempio, la scheda storica della Lega racconta due momenti distinti: la società dei Panini nasce nel 1966, mentre *Modena Volley rileva il titolo nell’estate 2013*. Sessant’anni di storia sportiva. Tredici anni di vita societaria. La differenza è decisiva. Perché se vogliamo capire **quanto vive davvero un club di pallavolo**, dobbiamo prima stabilire che cosa intendiamo per “club”. Il marchio? La città? Il titolo sportivo? Oppure il soggetto giuridico che sta dietro a tutto questo?

In questa ricerca ho scelto l’ultimo. Per una ragione semplice: **è la società che assume, si indebita, paga e può fallire**. È quella che, in qualunque altro settore, useremmo per misurare la vita e la mortalità di un’impresa. La regola diventa quindi rigida: **ogni cambio di soggetto giuridico apre una nuova vita**, anche quando tutto il resto rimane uguale. Stessi colori, stessa città, stesso palazzetto, stesso nome. A cambiare è ciò che sta dietro.

È una scelta che può sembrare ingiusta. Significa dire che il Cuneo di oggi ha undici anni, non sessantotto. Che Cisterna ne ha tre. Ma l’alternativa rischia di essere ancora più fuorviante. Perché se contassimo la continuità del marchio, una società nata ieri potrebbe ereditare automaticamente mezzo secolo di storia. E proprio ciò che vorrei misurare - **quanto dura una società sportiva** \- finirebbe per scomparire dietro la storia del nome che porta.

Va detto subito, perché condiziona tutto il resto: **il dato che servirebbe per un’analisi molto accurata non è pubblico**.

Per stabilire con certezza se due denominazioni corrispondano allo stesso soggetto giuridico servirebbero il codice fiscale e la data dell’atto costitutivo. Per le società nate prima del 1990, però, quel dato quasi non esiste. Erano spesso associazioni non riconosciute, fuori dal Registro delle Imprese, e senza atti di scioglimento depositati.

Anche il Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche non risolve il problema. Mostra gli enti **attualmente iscritti** e indica la data della richiesta di iscrizione, non quella di costituzione. Le società cessate - cioè proprio quelle che interessano a questa ricerca - non compaiono.

Restano le visure camerali. Sono risolutive, ma a pagamento, una per soggetto e utilizzabili soltanto per le società di capitali.

Per questo il censimento utilizzato si è fermato dove si fermano le fonti aperte. **SuperLega 2025/26: dodici società su dodici. Serie A1 femminile 2025/26: dodici su quattordici.** E il periodo precedente al 1990 resta fuori dall’analisi.

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### Le dodici della SuperLega

Partiamo dalla più longeva. **A.S. Volley Lube**, oggi a Civitanova, è stata costituita nel 1990: ha **36 anni**. Seguono **Trentino Volley**, nata nel 2000 e arrivata a **26 anni**, e **Sir Safety Umbria Volley**, costituita nel 2001, che ne ha **25**.

Poi c’è un gruppo molto più giovane. **Volley Milano / Vero Volley**, costituita nel 2008, ha **18 anni**, la stessa età di **M&G Pallavolo**, la società di Grottazzolina. **Pallavolo Padova**, la cui continuità presenta alcuni elementi da verificare, risale al 2009 e ha **17 anni**. **Powervolley Milano**, anch’essa con una continuità non completamente determinabile, è del 2012 e ha **14 anni**. **Modena Volley**, costituita nel 2013, ne ha **13**, mentre **Cuneo Volley**, nata nel 2015, ne ha **11**.

In fondo alla classifica ci sono le società più giovani. **You Energy Volley**, che rappresenta Piacenza, è nata nel 2018 e ha **8 anni**. **Verona Volley SSD Srl** è del 2021 e ne ha **5**. Ultima è **Cisterna Volley**, costituita nel 2023: appena **3 anni**.

Il risultato complessivo è netto: **nessuna delle dodici società è anteriore al 1990**. La più longeva ha trentasei anni. Undici su dodici sono nate nel XXI secolo.

**Media: 16,2 anni. Mediana: 15,5\. Primo quartile: 9,5\. Terzo quartile: 21,5\. Deviazione standard: 9,0.**

La prima cosa che colpisce è che **nessuna delle dodici società è anteriore al 1990**. La più longeva è la Volley Lube, fondata a Treia nel 1990 e poi trasferita a Macerata e Civitanova senza cambiare soggetto giuridico. Undici società su dodici sono nate nel XXI secolo.

C’è poi un altro dato che aiuta a leggere la classifica: **nove società su dodici hanno acquistato almeno un titolo sportivo** nel corso della propria storia. L’unica arrivata in SuperLega senza averne mai acquistato uno è la Yuasa Battery Grottazzolina, promossa dal campo nel 2024.

Il confronto più interessante arriva mettendo accanto la vita della società e quella della **realtà pallavolistica della piazza**. La prima ha una media di 16,2 anni. La seconda arriva a **34,2**.

Cuneo significa sessantotto anni di pallavolo e undici di società. Cisterna cinquantaquattro e tre. Modena sessanta e tredici. Padova cinquantasei e diciassette.

**Le realtà pallavolistiche italiane sono più che doppiamente più vecchie delle società che le gestiscono.**

È probabilmente il dato più importante di questa prima parte dell’indagine. Perché racconta una distanza: *la storia resta, mentre il soggetto giuridico cambia*. E quella distanza, se non viene considerata, può falsare completamente il modo in cui misuriamo la longevità di un club.

C’è però una correzione necessaria. L’ipotesi iniziale era che **la cessione del titolo sportivo coincidesse con la morte del club**. I casi verificati raccontano altro. La Top Volley ha ceduto la SuperLega a Cisterna Volley nel 2023 e ha proseguito con il settore giovanile. I Lupi Santa Croce hanno ceduto l’A2 a Palmi nel 2024 e continuano in Serie B. Il VBC Casalmaggiore ha ceduto l’A1 femminile a Cuneo nel 2024, dopo undici stagioni e uno scudetto, ma il comunicato ufficiale precisa che *l’attività della Società prosegue*.

La cessione del titolo, quindi, misura **il turnover della categoria, non la mortalità delle imprese**. Confondere le due cose gonfierebbe il tasso di mortalità e nasconderebbe il fenomeno più interessante: **queste società non sono necessariamente morte. Hanno scelto di uscire da quella categoria.**

Ed è qui che l’indagine cambia direzione: non basta più chiedersi quanto dura una società. Bisogna capire **perché cambia vita, quando lo fa e che cosa succede dopo**.

## Il paradosso femminile

Applicando lo stesso metodo alla Serie A1 femminile 2025/26 emerge il risultato che meno mi aspettavo.

Qui le società sono sensibilmente più vecchie. L’età media è di **24,9 anni**, contro i 16,2 della SuperLega. La mediana sale a **22 anni**, contro 15,5\. E soprattutto, per la prima volta, compaiono società anteriori al 1990: **tre su dodici**.

Le società femminili sono quindi più vecchie di quelle maschili di quasi nove anni in media, e di sei anni e mezzo sulla mediana.

Le tre più longeve hanno una biografia sorprendentemente simile. **Azzurra Volley Firenze** (Il Bisonte) nasce nel 1975 come Volleyball Arci San Casciano e, con cinquantun anni, è la società più anziana dei due massimi campionati. **Pro Victoria di Monza**, che oggi iscrive la squadra femminile di Vero Volley Milano, ha una sezione pallavolo dal 1981, nata in un oratorio. **Agil Volley di Novara** nasce a Trecate nel 1984.

Nessuna delle tre è mai stata venduta, nessuna è stata rifondata. Sono salite di categoria, una dopo l’altra, e sono ancora lì.

All’estremo opposto ci sono **Megavolley Vallefoglia**, costituita nel 2019, e **Volley Bergamo 1991**, nata nel 2021\. Entrambe sono arrivate in A1 acquistando titoli sportivi. Entrambe hanno meno di dieci anni.

La lettura più coerente con questi dati - e va presa per quello che è, **un’ipotesi, non una dimostrazione** \- è che il denaro possa accelerare il ricambio societario invece di stabilizzarlo. Il maschile dispone di più capitale di sponsorizzazione per club e registra anche più compravendite di titoli, più società costruite per salire rapidamente, più uscite.

Il femminile, avendo meno risorse, ha avuto meno ragioni per comprare e meno occasioni per vendere.

È il primo indizio di una tesi più generale: **nel volley italiano ciò che tiene in vita le società non è necessariamente l’abbondanza di risorse, ma l’assenza di un mercato in cui liquidarle.**

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## Cento anni contro quindici

Il termine di paragone naturale è il calcio. Per una ragione precisa: è l’unico sport italiano nel quale l’espressione *club centenario* è statisticamente ordinaria. La Serie A 2025/26 ha un’età media dichiarata di **117,2 anni** e una mediana di 118,5\. La più giovane è la Roma, del 1927; la più anziana il Genoa, del 1893\. Ma un confronto onesto impone di applicare al calcio la stessa lama usata sul volley. E il calcio non è affatto immune.

Dal 2000 oltre centottanta società professionistiche italiane sono fallite, circa sette all’anno. Quattro rifondazioni riguardano squadre oggi in Serie A e sono documentate senza ambiguità: la Fiorentina, nata nel 1926 e rifondata nel 2002, ha oggi 24 anni di vita giuridica; il Napoli, del 1926, è ripartito nel 2004 e ne ha 22; il Torino, fondato nel 1906, è stato rifondato nel 2005 e ne ha 21; il Parma, nato nel 1913, è ripartito nel 2015 e ne ha 11.

Altre società di Serie A compaiono negli elenchi dei fallimenti degli anni Duemila - Como e Pisa, per esempio - ma non sono state verificate una per una e restano quindi al loro anno nominale. La stima che segue è conservativa: il divario reale è semmai maggiore. Con queste quattro correzioni, la Serie A scende a una **media di 99,4 anni**, mentre la mediana resta a **118 anni**. Sono **16 società su 20 anteriori al 1990**.

Il confronto con la pallavolo diventa allora difficile da ignorare. La Serie A calcistica ha una media di 99,4 anni e una mediana di 118\. La Serie A1 femminile di volley si ferma rispettivamente a 24,9 e 22\. La SuperLega a 16,2 e 15,5, con nessuna società anteriore al 1990.

**Un club di SuperLega vive circa un sesto di un club di Serie A. Sulla mediana, circa un settimo.**

E anche dopo aver applicato al calcio la stessa definizione giuridica usata per la pallavolo, il club calcistico mediano ha **118 anni contro 15,5**. Il punto, a questo punto, non è più stabilire quale sport abbia società più vecchie. È capire **perché nel calcio la storia riesca molto più spesso a sopravvivere alla società che la gestisce, mentre nella pallavolo la società sembra avere una vita molto più breve della storia che rappresenta**.

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## Perché: cinque meccanismi

La spiegazione più facile è il denaro. E non basta. La Serie A di calcio ha ricavi enormemente superiori, ma la Bundesliga ne ha più della Serie A senza che i club italiani muoiano di più per questo. Il divario si capisce meglio guardando alla struttura degli asset, cioè a ciò che una società possiede e a quanto sia facile liberarsene.

**Primo: nel volley l’asset principale è liquido.** È il meccanismo decisivo, e i tre casi analizzati in precedenza lo mostrano bene. Il titolo sportivo di pallavolo è cedibile per regolamento; nel calcio, invece, è legato alla società e con la società scompare. Fiorentina, Napoli, Torino e Parma, dopo il fallimento, non hanno potuto vendere il proprio titolo: sono ripartite dai dilettanti. Nel volley, invece, chi vuole smettere può cedere il titolo e incassare. Uscire non significa necessariamente fallire. Può diventare una normale decisione di gestione. Il caso limite è Palmi: la SSD Pallavolo Franco Tigano, fondata nel 2018, debutta in Serie B comprando il titolo dalla Spes Praia a Mare, nel 2024 acquista l’A2 da Santa Croce e, nella stessa seduta di CdA, vende l’A3 a Gioia del Colle. Otto anni di vita, quattro operazioni su titoli. La categoria diventa una merce fungibile perché, in questo sistema, **è una merce fungibile**.

**Secondo: il ricavo non premia l’età.** I due modelli economici sono quasi opposti. Nel calcio le principali fonti di ricavo - diritti televisivi e matchday - dipendono anche dal bacino di tifosi accumulato nel tempo: più storia, più pubblico, più audience, più valore. L’età del club può quindi trasformarsi in cassa e diventa conveniente conservarne il soggetto giuridico. Nel volley il pilastro è invece la sponsorizzazione, mentre diritti TV e botteghino pesano molto meno. La SuperLega ha incassato circa 5,3 milioni al botteghino, con una media di 2.902 spettatori e circa 28.000 euro a partita; il fatturato complessivo dei dodici club sfiora i 60 milioni, circa cinque a testa. La Serie A di calcio, nella stagione 2024/25, ha registrato ricavi netti plusvalenze per 3,2 miliardi: circa 160 milioni a società, trentadue volte tanto. Ma il rapporto conta meno della composizione. La sponsorizzazione è un budget di marketing di un’azienda terza e non cresce automaticamente con l’anzianità del club. **Nel volley la storia produce meno reddito. E ciò che produce meno reddito viene difeso meno.**

**Terzo: il nome non accumula memoria.** Nel volley il nome commerciale tende a sostituire quello sociale. La squadra di Busto Arsizio è stata Brums, Yamamay, Unendo Yamamay, Unet Yamamay, Unet E-Work, E-Work, UYBA, Eurotek UYBA, Eurotek Laica: nove denominazioni in venticinque anni. Un marchio ha bisogno di ripetizione per sedimentarsi; se cambia ogni pochi anni, l’accumulo di memoria si interrompe. Non a caso il tifoso impara il nome della città: diciamo **Conegliano, Busto, Civitanova**, raramente la ragione sociale. Nel calcio la sponsorizzazione entra sulla maglia, mentre il nome resta. Cento anni di ripetizione costruiscono un patrimonio che diventa difficile da sostituire.

**Quarto: il ricavo è concentrato su un solo soggetto.** Il modello prevalente nel volley è quello dell’imprenditore-mecenate. Funziona finché il patron c’è, ma ha un punto di rottura molto preciso: quando il finanziatore decide di uscire. Quando la famiglia Foppa Pedretti ha deciso di chiudere, il Volley Bergamo — fondato nel 1991 e capace di vincere quattro scudetti consecutivi negli anni Novanta — ha ceduto il titolo e ha smesso. Non per dissesto, ma per scelta. Un club di calcio con quarantamila abbonati non può essere spento con la stessa facilità: ci sono troppi contratti, troppi creditori, troppo capitale immobilizzato. **Più interessi sono legati alla sopravvivenza del club, più difficile diventa semplicemente chiuderlo.**

**Quinto: nel volley c’è poco patrimonio immobilizzato.** Il palazzetto è quasi sempre comunale, in concessione. La società possiede un titolo - vendibile -, contratti spesso annuali, un magazzino. C’è relativamente poco che non possa essere liquidato in un’estate. Nel calcio la situazione è diversa: stadi, centri sportivi, vivai, cartellini a bilancio e altre attività rendono il club più complesso e costoso da smontare. Ogni asset difficile da riconvertire diventa, contemporaneamente, **un costo e una ragione per restare**.

Messi insieme, i cinque meccanismi raccontano una cosa semplice: **il volley non ha necessariamente società più fragili. Ha società più facilmente sostituibili.** Quando il titolo è vendibile, il nome cambia, il ricavo non dipende dalla storia, il capitale è concentrato e gli asset sono leggeri, la continuità del soggetto giuridico diventa meno importante della continuità della squadra. È così che una piazza può avere sessant’anni di pallavolo e una società di tre.

## L’avviamento che non c’è

Qui arriviamo al punto teorico. L’avviamento è il valore che un’attività possiede oltre la somma dei suoi beni: la clientela consolidata, la reputazione, l’abitudine del pubblico a tornare. Nel calcio è uno degli asset più importanti e viene monetizzato continuamente: nel prezzo di cessione della società, negli abbonamenti, nei diritti televisivi, nel merchandising, nel valore delle sponsorizzazioni. **Nella pallavolo italiana l’avviamento esiste sportivamente, ma non è davvero appropriabile dal soggetto giuridico.** La prova sta nei prezzi. Quando in Italia si vende una squadra di volley non si vende il club: si vende il titolo sportivo. E il titolo vale soprattutto per la categoria a cui dà accesso, non per la storia di chi lo detiene. Un titolo di A2 resta un titolo di A2, che provenga da un club con quarant’anni di storia o da una SSD costituita l’anno prima. La conseguenza è pesante: **la società che accumula avviamento non ne cattura il valore, perché il mercato compra la licenza a giocare, non la società che l’ha costruita.** E quando l’unica cosa realmente vendibile è la licenza, diventa difficile trovare una ragione economica per difendere il contenitore.

I club di pallavolo italiani, in larga misura, non sono ancora imprese con un avviamento da proteggere. Sono **veicoli amministrativi costruiti attorno a un titolo negoziabile**. È un giudizio strutturale, non morale: molti di questi veicoli sono gestiti in modo eccellente. Ma c’è un dettaglio che racconta bene il problema. **Chieri ‘76 Volleyball** è stata costituita il 14 maggio 2009: il “’76” è l’anno di fondazione di un altro club chierese. **Volley Bergamo 1991** è nata nel 2021: il “1991” è l’anno di nascita della società di cui ha ereditato il titolo. E, nel calcio, **Parma Calcio 1913** è nata nel 2015\. Tre società giovani che si sono cucite addosso una data che non è la loro. È la domanda di storicità che emerge proprio dove la struttura giuridica non riesce a produrla: il mercato sa che la storia vale, e quando non può ereditarla davvero, prova almeno a metterla nel nome.

## Più corte di una carriera

Torniamo al numero da cui siamo partiti: **mediana SuperLega, 15,5 anni**. Una carriera di pallavolo ai massimi livelli dura tipicamente, infortuni permettendo, dai quindici ai vent’anni: esordio tra i diciotto e i venti, ritiro tra i trentacinque e i trentotto. **La società mediana di SuperLega è quindi più giovane di una carriera d’élite completa.**

Non è una figura retorica, è aritmetica. In SuperLega 2025/26 giocano atleti nati nel 1985 e nel 1988 le cui carriere professionistiche superano la vita di **otto delle dodici società** che compongono il campionato. Sei delle dodici sono più giovani della carriera di un trentacinquenne qualsiasi. Si provi a immaginare l’equivalente nel calcio: un giocatore più anziano dei due terzi dei club del torneo. È impensabile. Ed è proprio questa sproporzione a mostrare la distanza tra una vera azienda sportiva e un veicolo societario.

Questo è il senso esatto in cui il concetto di azienda sportiva, nella pallavolo italiana, è ancora lontano. Non perché i club siano gestiti male: la SuperLega cresce, il fatturato per squadra è tra i più alti dello sport italiano, gli spettatori sono ai massimi degli ultimi trent’anni. Ma **un’impresa si progetta per sopravvivere ai propri fondatori; un veicolo si progetta per essere efficiente finché serve.** I dati suggeriscono che il volley italiano, per ora, abbia costruito soprattutto veicoli.

## Prospettive

Dalle cause discendono le condizioni. Non sono raccomandazioni, ma i requisiti logici perché un club possa diventare un’azienda. Il primo è **rendere il titolo più difficile da cedere**: finché uscire è quasi gratuito, l’uscita resterà un’opzione razionale nei momenti difficili. È il punto decisivo e l’unico che dipende interamente da una scelta regolamentare, cioè da chi stabilisce le condizioni di ammissione.

Il secondo è **separare il nome sociale dallo sponsor**, lasciando che la sponsorizzazione vada sulla maglia e che il nome del club rimanga. È la strada più semplice per costruire memoria e valore del marchio. Il terzo è **dare al club il controllo dell’impianto**, attraverso la proprietà o una concessione lunga: un asset stabile è una ragione per restare e, soprattutto, permette di trasformare il pubblico in ricavo ricorrente. Il quarto è **diversificare le entrate oltre lo sponsor unico**. Finché una società è soprattutto un budget di marketing, vive quanto quel budget.

Resta però il paradosso emerso dal confronto con il femminile. La longevità, in questo sistema, sembra associata alla *povertà* relativa: le società più antiche sono spesso quelle cresciute dal basso, quelle che nessuno ha avuto interesse a comprare. Se questa lettura è corretta, la crescita economica del volley italiano - reale e desiderabile - potrebbe produrre, a regolamenti invariati, **più turnover e non meno**. Più capitale in cerca di una scorciatoia significa più titoli comprati, più veicoli, più uscite.

La stabilità, insomma, non arriva automaticamente quando un movimento cresce. **Va costruita.** E forse è proprio questa la domanda che resta alla fine: non se la pallavolo italiana abbia finalmente trovato i soldi per crescere, ma se abbia trovato anche un modo per fare invecchiare le proprie società insieme alle squadre che rappresentano.