Roma, due squadre e una sola città: quanto vale un'identità costruita da zero?
Maxima Roma e BC Roma provano a costruire prima il valore commerciale e poi quello sportivo, con NBA Europe sullo sfondo. Pubblico, concorrenza, franchigie e memoria: il basket della Capitale come caso di studio.
Gentili lettori, oggi si apre un nuovo capitolo di Fuori Rete. Come vi avevo anticipato martedì, questo spazio si allarga allo sport business a 360 gradi. Più contenuti e più casi di studio chiedevano confini più ampi della sola pallavolo. Il volley resta di casa, con il suo appuntamento settimanale fisso. Cambia anche l’indirizzo: da oggi Fuori Rete vive su Ghost, presto arriverà sui social e più avanti su nuovi progetti, che vi racconterò strada facendo. L’impegno resta uno solo, lo stesso del primo numero: contenuti di qualità, capaci di prendere posizione, ognuno con il valore di un piccolo manifesto. Si riparte da Roma, da due squadre e da una sola città. Buona lettura.
Un derby da 9.312 spettatori
Domenica 11 ottobre, PalaEUR. La BC Roma parte forte e dopo sette minuti e mezzo conduce 29-15. La Maxima Roma rientra, rimonta, resta attaccata fino alla fine. A sette secondi dalla sirena Nico Mannion va in lunetta per la BC con tre punti da recuperare: segna entrambi i liberi, l'ultimo tiro della partita si spegne sul ferro. Finisce 96-95 per la Maxima, davanti a 9.312 spettatori.
Il numero è il primo dato che colpisce. La media della Serie A si aggira attorno ai quattromila spettatori a partita e la Virtus, ripartita dalla B1, ne richiama quasi tremila. Due società al primo anno nella Capitale hanno messo insieme in una sola sera più del doppio della media del campionato.
Il secondo dato è più sottile. Sugli spalti, raccontano le cronache, c'erano appassionati con le maglie NBA, famiglie, bambini, curiosi attirati dai prezzi popolari. Le maglie delle due squadre erano poche. Il pubblico applaudiva le belle giocate e si è acceso con il punto a punto, prima ancora di sapere per chi tifare.
La domanda di questo pezzo è: Roma può sostenere economicamente due progetti di pallacanestro di alto livello prima che questi abbiano costruito una tradizione, una comunità di tifosi e un modello di ricavi autonomo? Per rispondere servono cinque cose: la struttura dei due club, le loro strategie di identità, il valore reale del pubblico, l'effetto della concorrenza e il ruolo di NBA Europe.
L'anomalia romana
Roma ha un pubblico potenziale per il basket che negli ultimi anni nessuno era riuscito a trasformare in un progetto stabile di Serie A. La Capitale ha dimensione, turismo, visibilità internazionale, un tessuto imprenditoriale ampio. Ha anche una storia cestistica importante, legata soprattutto alla Virtus, che oggi riparte dalle categorie inferiori.
Nel 2026 il vuoto viene colmato in un colpo solo, da due società. Entrambe hanno investitori ambiziosi, nomi di richiamo e strategie di comunicazione riconoscibili. Entrambe, però, sono nuove soltanto come marchi e progetti romani. La Maxima Roma nasce dall'acquisizione del titolo sportivo della Pallacanestro Brescia, la BC Roma dal trasferimento della licenza della Vanoli Cremona.
Questa precisazione rafforza l'analisi. Qui si trasferisce una struttura sportiva da una città di provincia a una metropoli e le si chiede di generare valore in tempi brevissimi. Il titolo garantisce l'accesso al campionato. Tutto il resto, dal pubblico agli sponsor fino all'identità, va costruito da capo.
Maxima Roma: vendere l'appartenenza
La Maxima punta sul capitale simbolico della città. Il suo asset più visibile si chiama Francesco Totti, nominato a settembre advisor della proprietà con deleghe allo sviluppo della fan base e alla responsabilità sociale d'impresa. Il club ha tenuto a precisare che si tratta di un ruolo operativo. Accanto a lui c'è il presidente Paul Matiasic, che ha dichiarato di voler portare il basket della Capitale ai massimi livelli.
Il resto dell'impianto segue la stessa logica. La casa è il PalaEUR, l'impianto della storica passione cestistica romana. La mascotte è Max il Gladiatore. In curva si è già organizzato un gruppo, i Golden Helmets. Sul piano sportivo, con Matteo Cotelli in panchina, gli obiettivi dichiarati guardano alla parte alta della classifica e all'EuroCup.
La strategia è leggibile: trasformare una squadra appena nata in qualcosa che il pubblico percepisca come proprio, appoggiandosi alla figura che più di ogni altra incarna la romanità sportiva contemporanea. È un modo per accorciare i tempi: l'appartenenza viene presa in prestito da un'icona, in attesa che la storia la renda propria.
BC Roma: vendere una nuova cultura cestistica
La BC Roma parte dal capitale simbolico del basket internazionale. Alla guida c'è Donnie Nelson, per anni dirigente dei Dallas Mavericks, tra gli investitori c'è Luka Doncic. Nel progetto è coinvolto anche Valerio Bianchini, una delle voci più autorevoli della storia del basket italiano. In panchina siede Alessandro Magro, in campo il leader è Mannion.
Il racconto combina questa credibilità internazionale con riferimenti culturali immediatamente riconoscibili dal pubblico romano. I colori sono rosso, giallo e nero, con un richiamo esplicito alla città. L'inno porta la firma di Carl Brave, la casa è il PalaTiziano, il Palazzetto dello Sport del Flaminio, con circa 3.500 posti. Il nome scelto all'inizio, Roma SPQR, dice già molto dell'intenzione.
La differenza tra i due modelli riguarda soprattutto il punto di ingresso. Entrambe le società cercano un legame emotivo con la città. La Maxima parte dalla romanità come appartenenza, la BC costruisce un'identità attraverso il linguaggio del basket contemporaneo, la musica e il richiamo alla NBA. Il confronto è interessante perché permette di capire per quanto tempo un club possa vivere di un'identità culturale presa in prestito prima di produrne una propria.
Il pubblico è arrivato: quanto vale davvero?
Un palazzetto pieno segnala interesse, mentre la sostenibilità si misura sulla stagione intera. I 9.312 del derby sono un risultato rilevante, che però va letto con gli strumenti giusti.
Per capire il valore commerciale di un pubblico servono almeno cinque indicatori. Il pubblico pagante misura la disponibilità a spendere per vedere la squadra, al netto degli omaggi. Il tasso di riempimento medio racconta la capacità di mantenere l'interesse lungo il campionato. La fidelizzazione si legge negli spettatori che tornano e negli abbonamenti. Il ricavo per spettatore somma biglietti, hospitality, merchandising e consumazioni. Il valore commerciale del tifoso, infine, stima quanto ricavo genera mediamente ogni sostenitore nell'arco di una stagione.
Su nessuno di questi indicatori, oggi, esistono dati pubblici. La distinzione decisiva è quella tra pubblico da evento e pubblico da campionato. Un derby, una presentazione con ospiti famosi, l'esordio di una squadra attirano curiosi, appassionati e persone in cerca di spettacolo. Il valore di lungo periodo emerge quando una parte consistente di quel pubblico continua a frequentare il palazzetto dopo che la novità si è esaurita. Per questo la metrica da osservare è la retention: quanti di quei 9.312 torneranno alla partita successiva, quanti compreranno un abbonamento, quanti diventeranno clienti del merchandising o delle iniziative del club.
Due squadre nello stesso mercato: crescita o divisione?
La presenza simultanea di due club può allargare il mercato oppure frammentarlo, a seconda di come verrà gestita. È il cuore economico della vicenda.
Lo scenario positivo è quello dell'espansione. Due società possono intercettare pubblici differenti, una più legata alla romanità e al calcio, l'altra più vicina alla cultura NBA e a un pubblico giovane. La rivalità produce una narrazione mediatica che una sola squadra faticherebbe a generare, come il derby ha già dimostrato. Sponsor e aziende trovano più occasioni per investire nel basket romano. La visibilità può portare nuovi appassionati, praticanti e famiglie, accelerando gli investimenti in strutture, settori giovanili e intrattenimento.
Lo scenario negativo è quello della divisione. Le due società si contendono gli stessi sponsor e una parte dello stesso pubblico. I costi di marketing e di acquisizione dei tifosi salgono. Le aspettative sportive crescono più in fretta dei ricavi. Se i risultati deludono, il pubblico occasionale scompare, lasciando due strutture di costo elevate in un mercato che sembrava pieno.
Roma aggiunge una variabile specifica: il costo-opportunità del tempo. Il pubblico sceglie tra Maxima e BC, ma anche tra il calcio, il volley, i concerti, gli eventi, la vita sociale e un'offerta sportiva vastissima. La vera domanda riguarda quindi la capacità della città di sostenere due organizzazioni con ambizioni internazionali, costi elevati e il bisogno di costruire nello stesso momento una domanda ricorrente.
Per rispondere con precisione servirebbero bilanci previsionali, costo effettivo delle arene, ricavi da sponsorizzazione, prezzo medio dei biglietti, costo del personale, quota di ricavi già contrattualizzata. In assenza di questi dati, qualsiasi verdetto sulla sostenibilità di una delle due società resterebbe un'ipotesi. Un indizio sui costi, però, esiste: secondo le indiscrezioni riportate da Pianeta Basket, l'accordo con Totti varrebbe oltre un milione di euro a stagione. Una cifra che da sola supera il budget complessivo di molte squadre di Serie A.
NBA Europe: l'investimento di oggi per il mercato di domani
Il contesto internazionale trasforma questa vicenda in qualcosa di più ampio di un ritorno del basket a Roma. La NBA continua a indicare ottobre 2027 come data di lancio di NBA Europe, il progetto costruito insieme alla FIBA e presentato da Mark Tatum come il più grande investimento della storia nel basket europeo. Il modello previsto è ibrido, con franchigie permanenti e squadre qualificate sul campo. L'Eurolega ha respinto la proposta di fusione e ha presentato un proprio piano decennale. La NBA, dal canto suo, si dice pronta ad andare avanti comunque, lasciando aperta la porta al dialogo.
Roma, per dimensione, turismo, riconoscibilità internazionale e capacità di attrarre investitori, è un mercato potenzialmente strategico. Uno studio di The Sports Consultancy ripreso dal Sole 24 Ore stima per l'Italia un impatto economico di 5,6 miliardi di dollari nei primi dieci anni, circa 560 milioni all'anno, con Roma e Milano al centro del progetto. Secondo le ricostruzioni della stampa sportiva, le offerte per entrare nella nuova competizione si collocano tra 500 milioni e un miliardo di dollari, con alcune oltre il miliardo. Sono cifre riferite alle franchigie del progetto, distinte da qualsiasi valutazione di Maxima o BC Roma.
Il ragionamento economico si articola in tre passaggi. Il primo riguarda l'opzione sul futuro: un proprietario può accettare perdite iniziali per acquisire visibilità, relazioni commerciali, una base di tifosi e una posizione competitiva in vista della trasformazione del mercato. L'investimento resta razionale, con un rendimento atteso legato a eventi futuri più che ai risultati operativi immediati.
Il secondo riguarda la distanza tra il valore della squadra e quello della franchigia. Un club può avere un marchio riconoscibile, un pubblico crescente e sponsor importanti anche in assenza di una licenza NBA Europe. Una licenza, a sua volta, aumenterebbe il valore strategico del progetto insieme a costi di ingresso, obblighi infrastrutturali e nuovi fabbisogni finanziari.
Il terzo riguarda il rischio di esclusione. Se la competizione nascerà con un numero limitato di posti permanenti, è improbabile che entrambi i progetti romani ne beneficino. La concorrenza tra le due società potrebbe riguardare quindi, oltre ai tifosi, l'accesso stesso al futuro ecosistema europeo della NBA. Il valore di una possibile franchigia futura resta così una grandezza separata dal valore economico attuale di una società cestistica appena trasferita a Roma.
La storia si costruisce, la tradizione si eredita
Una società può comprare un titolo sportivo, ingaggiare giocatori e testimonial, riempire un palazzetto. Per la tradizione serve il tempo. È la dimensione sociale, quella che la narrazione sugli investimenti rischia di trascurare.
La storia di un club si costruisce attraverso la ripetizione: partite, rivalità, sconfitte, successi, giocatori cresciuti in casa, famiglie che tornano, scuole coinvolte, un rapporto riconoscibile con il territorio. Per leggerla conviene distinguere tre livelli di identità.
Il primo è l'identità comunicata, fatta di colori, testimonial, slogan, musica e storytelling. Maxima e BC Roma ci lavorano già, con mezzi importanti e risultati visibili. Il secondo è l'identità vissuta, che passa dai rituali, dall'esperienza al palazzetto, dalla qualità del rapporto con i tifosi e dalla partecipazione della comunità. Il pubblico del derby è un primo segnale di interesse a questo livello. Il terzo è l'identità ereditata, cioè memoria collettiva, tradizione sportiva, rivalità storiche e continuità generazionale. Richiede anni e nessun risultato sportivo può garantirla.
Qui torna inevitabilmente la Virtus Roma. La sua matricola e la sua storia rappresentano un patrimonio che i nuovi progetti possono soltanto affiancare, per quanto curati siano i colori, i testimonial o il nome geografico. Una nuova società può diventare autenticamente romana. La questione riguarda il tempo necessario e i comportamenti concreti capaci di trasformare una strategia di marketing in appartenenza.
Il precedente Oxygen: quando il pubblico basta a metà
Roma ha già visto un progetto cestistico nascere con un titolo acquistato e spegnersi in fretta. Un caso diverso, molto diverso dai due soggetti analizzati oggi su Fuori Rete, ma che per completezza di indagine vale la pena analizzare. L'Oxygen Roma arriva nell'estate 2023 rilevando il titolo del Basket Team Crema, che non riusciva più a sostenere i costi della Serie A1 femminile. In campo la stagione funziona: ottavo posto in regular season, quarti di finale di Coppa Italia, quarti playoff persi contro la Reyer Venezia.
Fuori dal campo, a maggio 2024 emergono stipendi non pagati a dipendenti e giocatrici. A fine giugno la società rinuncia all'iscrizione alla A1 2024/25 e cessa l'attività dopo una sola stagione.
Il paragone va maneggiato con cura. Si tratta di basket femminile, con budget, pubblico e investitori di scala molto diversa rispetto ai due progetti attuali. Il precedente, però, pone una domanda essenziale per tutto il basket romano: quanto capitale serve per riportare una squadra a Roma e quanto capitale serve per farla restare.
Una promessa di crescita in attesa di un modello
Torniamo alla domanda iniziale. Maxima Roma e BC Roma stanno provando a riportare il basket al centro della scena capitolina e, insieme, a conquistare una posizione in un mercato che nei prossimi anni potrebbe cambiare radicalmente. Stanno costruendo prima il valore commerciale e poi quello sportivo, invertendo l'ordine con cui di solito nasce un club.
Il rischio è che la loro sostenibilità venga valutata sulla base di una promessa: che Roma avrà una franchigia NBA Europe, che il pubblico continuerà a crescere, che il valore commerciale del basket aumenterà abbastanza da giustificare gli investimenti iniziali. Una promessa di crescita, per quanto credibile, resta in attesa di diventare un modello economico.
La verifica arriverà quando l'effetto novità e l'entusiasmo delle prime partite si saranno esauriti. Se il pubblico torna, gli sponsor rinnovano, il settore giovanile cresce e i ricavi diventano meno dipendenti dalla proprietà, l'investimento avrà iniziato a costruire un'impresa sportiva. Se il progetto resterà legato alla disponibilità di capitale e all'attesa di una franchigia, il rischio sarà quello di un prodotto spettacolare privo di un club sostenibile alle spalle.
Il vero valore di Maxima e BC Roma si misurerà nei tifosi che saranno ancora sugli spalti quando la novità sarà passata e il futuro promesso dalla NBA dovrà diventare realtà.