Settori giovanili nel Volley: sviluppo orizzontale o centralizzazione?
Fuori Rete – Speciale Settori Giovanili
Come si cresce una campionessa, oggi, nella pallavolo femminile italiana? O meglio, come si sviluppa il talento, si crea una base forte, nel volle di alto livello?
Meglio accentrare tutto in un’unica academy interna o distribuire la crescita del talento in una rete di società affiliate, tecnici condivisi e percorsi territoriali?
La risposta — e la tendenza più interessante del nostro movimento guardando all’attuale scenario — sta in mezzo: lo sviluppo orizzontale, fondato su alleanze tra club, vivai e progetti federali. Un sistema che, più che centralizzare, connette.
Nel volley femminile italiano la crescita non è un recinto: è una rete. Le atlete non vengono “tenute sotto campana” in un’unica struttura, ma percorrono filiere che collegano club d’élite e vivai di punta, con passaggi programmati tra giovanili, Serie B1/B2 e, quando serve, prestiti in A2 prima dello sbarco definitivo in A1. È un modello che ha preso forma in un decennio e oggi mostra una continuità tecnica reale: partnership pluriennali, consorzi e progetti federali che incastrano pezzi diversi dello stesso puzzle.
Il caso più attuale è la partnership triennale Chieri–Volleyrò, formalizzata l’11 novembre 2025 con opzione di rinnovo. Unisce un club di vertice della A1 a quello che è, numeri alla mano, il vivaio più prolifico del Paese per titoli e atlete sbocciate nel professionismo. L’accordo è costruito su un asse tecnico e valoriale, con un canale preferenziale dal settore giovanile romano alla prima squadra piemontese e un lavoro condiviso su staff, formazione e percorsi scolastici delle atlete.
Parallelamente, Savino Del Bene Scandicci ha scelto la via dell’“internalizzazione”: dopo anni di collaborazione proprio con Volleyrò, nel marzo 2024 ha aperto la Savino Del Bene Volley Academy con il C.S. San Michele Firenze. È un’impostazione “accademica” a controllo diretto: metodologia unica dall’Under 13 in su, staff condivisi, foresterie e pipeline definita fino ai campionati senior. È l’altra faccia del modello italiano: quando la struttura è abbastanza solida, si riportano in casa asset e conoscenze per presidiare l’intero ciclo formativo.
Se c’è però un laboratorio che ha fatto scuola, è Conegliano con San Donà. Nel 2013 Imoco ha formalizzato il legame con Volley Pool Piave, trasformando “Imoco Volley San Donà” nel perno dell’area giovanile gialloblù e poi estendendo la rete con nodi tecnici come Anderlini Modena, Visette Milano e altri satelliti Next Gen. È un vivaio territoriale, ma con antenne nazionali: le “Panterine” giocano, vincono, salgono di categoria nei campionati senior e alimentano la prima squadra e l’intera A1. L’accordo del 2013 ha dato la direzione; gli sviluppi degli ultimi anni (inclusi nuovi collegamenti come Chions-Fiume) mostrano una struttura che continua ad allargarsi.
Dentro questa filiera vanno collocati i nomi giusti. Merit Adigwe (2006), opposta italiana, è cresciuta a Imoco Volley San Donà (B1) ed è stata integrata stabilmente a Conegliano come “vice Haak” dopo aver già riempito la bacheca tra Supercoppa, Coppa Italia, Scudetto, Mondiale per Club e Champions: un esempio nitido di come l’“under” resti dentro la sfera tecnica di chi l’ha formata, trovando campo gradualmente. Marina Lubian, centrale della Nazionale, arriva dal percorso Lilliput–Club Italia e si è completata proprio a Conegliano, diventando un cardine del sistema-Imoco. Chidera Blessing Eze (2003) è la palleggiatrice che Bergamo ha scelto per il 2025/26 dopo tre stagioni formative in A2 e l’ultima da protagonista a Talmassons in A1: premiata come miglior regista all’Europeo U22, viene da un percorso giovanile agganciato al bacino Imoco e mostra quanto la pipeline “B/A2 → A1” sia centrale nel nostro ecosistema.
C’è poi la traiettoria che più di tutte racconta la forza della rete: Eleonora Fersino. Inizia a Chioggia, si forma a Volley Pool Piave San Donà dove converte il ruolo da banda a libero, viene inserita a 18 anni nella rosa Imoco (“da panterina a Pantera”), si fa le ossa tra Bergamo e Novara, e nel 2025, dopo aver contribuito alla vittoria del Mondiale, viene presentata come nuovo libero di Numia Vero Volley Milano. È Campionessa del Mondo e il suo percorso mostra quegli snodi tipici del modello italiano: vivaio di prossimità, primo contatto con l’A1, step di crescita in club che garantiscono minutaggio, ritorno nell’élite in una big di Champions.
In mezzo a questi casi, il Consorzio Vero Volley rappresenta l’esperimento più “orizzontale” del Paese: non una partnership bilaterale, ma un ecosistema che integra settore femminile e maschile, scuole di pallavolo, società affiliate (oltre 60), migliaia di tesserati e una proposta tecnico-educativa che va dal minivolley alla A1/SuperLega. La filosofia è “dai giovani alla Serie A”, con squadre under inserite in campionati nazionali (B/B2) e un canale di rientro verso le prime squadre. È il formato che più si avvicina a un campus diffuso capace di autosostentarsi grazie a scala, eventi, marketing e una governance dedicata.
Il terzo pilastro è Club Italia, la “cerniera” federale che da trent’anni prende le migliori Under e le mette a giocare da subito contro adulti, oggi in A2: calendario dedicato, base al Centro Pavesi, filosofia prestazionale ma con tutela dei carichi e della dual career. Da quel progetto sono passate Egonu, Orro, Malinov, Pietrini e tante altre che oggi fanno da ponte tra vivai privati e Nazionale. Anche per il 2025/26 il perimetro è chiaro: A2, roster giovane, programmazione centralizzata.
Questo impianto — partnership come Chieri–Volleyrò, accademie proprietarie come Scandicci–San Michele, reti tipo Vero Volley, filiere Imoco–San Donà — ha una logica sportiva precisa: minutaggio progressivo in B1/B2, salto in A2 quando l’impatto fisico è pronto, e solo dopo l’ingresso in A1 con spazi reali di rotazione. È così che una opposta del 2006 come Adigwe può stare in un roster da titolo senza bruciarsi; che una centrale come Lubian diventa stabilmente da Champions; che una palleggiatrice under come Eze possa prendersi una A1 da titolare; che una “regista” di seconda linea diventi leader difensiva come Fersino. Ogni tappa ha un perché tecnico e un luogo giusto dove farla.
Allargando lo sguardo, l’Italia non è un’eccezione isolata: Turchia, Brasile e Stati Uniti offrono tre strade diverse. In Turchia i top-club (VakıfBank, Eczacıbaşı, Fenerbahçe) gestiscono academy interne con pipeline verticali e squadre giovanili che militano nei campionati nazionali senior: controllo totale del metodo. In Brasile la filiera passa da club e scuole/università, con una base sterminata e una standardizzazione dei tornei giovanili che alimenta le selezioni nazionali. Negli USA, invece, il vivaio coincide con la NCAA: quattro anni di alto livello collegiale e poi l’ingresso nei campionati professionistici europei. L’Italia sta nel mezzo: non centralizza come Istanbul, non delegaa solo al college come gli USA, ma distribuisce competenze su club, consorzi e FIPAV, mantenendo permeabilità tra i livelli.
La sostenibilità di questo sistema poggia su tre leve: economica (condivisione di costi e benefici tra società collegate), sportiva (graduale inserimento di Under nelle rose A1 senza intaccare la competitività), e umana (tutela di studio e benessere psicologico nei limiti di un’attività in ogni caso impegnativa sin dalla tenera età). Quando questi tre binari corrono insieme, il modello rende. Lo dimostrano Chieri che integra Nervini, Milano che affida la difesa a Fersino, Bergamo che scommette su Eze, Conegliano che allevaa Adigwe nel proprio sistema, ormai sempre più parte integrante dei successi dell’Imoco.
La fotografia è chiara: i club di A1 non considerano più il vivaio un onere, ma un asset tecnico e identitario. C’è ancora spazio di miglioramento — il Sud fatica a costruire strutture di eccellenza ad esempio, e molti club della massima serie ancora non hanno una rete consolidata alla quale attingere, ma la strada intrapresa sembra quella giusta, prova nè sono i tanti casi studio riscontrabili, e che in parte riproporrò nei prossimi numeri di questa newsletter.
Il leit motiv è semplice: strutturare i vari comparti, creare standard per tecnici giovanili, dare incentivi per chi valorizza le Under italiane. In parte già ci sono misure che mirano all’interdipendenza: ognuna di queste reti può vivere solo se l’altra resta in salute. È questa la vera centralizzazione del modello italiano: non nelle mani di una società, ma nella fiducia reciproca tra molte.