Si può essere sostenibili nel volley giovanile di eccellenza?

Dal caso Volleyrò emerge una contraddizione che riguarda l’intero sistema: formare talenti costa sempre di più, mentre il valore che torna ai club resta troppo basso.

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Si può essere sostenibili nel volley giovanile di eccellenza?

Oggi si può davvero parlare di sostenibilità nell’attività giovanile pallavolistica? La mia risposta è no, non con le regole di oggi. E il caso che lo dimostra meglio è paradossalmente quello che sembrerebbe smentirlo: il progetto giovanile meglio riuscito che il movimento italiano abbia prodotto negli ultimi vent’anni.

In questo numero di Fuori Rete parto dal Volleyrò Casal de’ Pazzi. Non per celebrarlo, di celebrazioni ne ha ricevute abbastanza, ma perché è l’unico caso italiano in cui possiamo osservare un ecosistema formativo completo e chiederci quanto costa tenerlo in piedi. Se non regge lui, la domanda smette di riguardare Roma e comincia a riguardare tutti. Per parlarne con cognizione di causa ho avuto modo di interagire con Andrea Ebana, figura apicale del progetto VolleyRo. Buona lettura!

Che cosa è stato costruito

Il Volleyrò nasce a Roma nel 1983 come associazione di quartiere. La svolta è del 2008, quando Andrea Scozzese, già campione di pallamano, decide di puntare tutto sul settore giovanile femminile. Dopo la sua scomparsa, nel 2015, il progetto passa ad Armando Monini e non perde un colpo. Grazie al lavoro di uno staff nutrito, guidato dalla storica direttrice sportiva Laura Bruschini, i numeri sono fuori scala. Quindici scudetti giovanili, l’ultimo in Under 18 nel 2026, quattordici dei quali negli ultimi undici anni. Sei titoli consecutivi in Under 18. E il triplete del 2018, Under 14, Under 16 e Under 18 nella stessa stagione, che nessun’altra società italiana ha mai realizzato. Ma il palmarès è la parte meno interessante. La differenza vera è che il Volleyrò non è un vivaio, cioè un serbatoio che seleziona e cede. È un ecosistema che copre l’intera filiera.

La filiera

Il perno è il Pala Volleyrò Andrea Scozzese, impianto in gestione diretta, con due foresterie attigue che ospitano oltre venti atlete arrivate da tutta Italia. Attorno all’allenamento c’è tutto il resto: tutor scolastiche che seguono rendimento e rapporti con gli istituti, un percorso sanitario costruito con realtà di eccellenza come Villa Stuart, il progetto Volleyrò Human sul benessere emotivo e relazionale, esteso anche a famiglie e staff. Tradotto: la società non forma una giocatrice, si prende in carico un’adolescenteper l’intera durata di un ciclo umano e sportivo. È una differenza enorme, e non solo sul piano etico. È una differenza che prima di ogni altro aspetto sportivo guarda al bilancio.

Il ritorno c’è, ma è tecnico

Sul campo funziona. Oltre cento atlete cresciute nel club sono arrivate in Serie A. Anna Danesi, Carlotta Cambi e Stella Nervini hanno vinto l’oro olimpico a Parigi e il Mondiale 2025. Nel 2024 quattro ex Volleyrò portavano contemporaneamente la fascia di capitano nelle quattro principali nazionali azzurre, dalla maggiore all’Under 18. Al Mondiale Under 20 del 2021 otto delle dodici convocate erano passate da Roma.

Qui però va detta una cosa scomoda: questo è il ritorno per il movimento italiano, non per chi lo ha pagato. Le due cose non coincidono, ed è esattamente il problema.

I conti

Un ecosistema così ha una struttura di costo rigida, ricorrente e anticipata. Vitto, alloggio e personale delle foresterie. Tutor. Un impianto da gestire, con utenze e manutenzioni. Staff tecnico qualificato. Trasferte per i campionati nazionali. Spese mediche e fisioterapiche. Sono costi che la società sostiene per anni prima che l’atleta raggiunga un livello capace di giustificarli.

Sul lato dei ricavi il quadro si rovescia: discontinuo e in larga parte discrezionale. Gli sponsor privati restano la voce principale, e questo dice già molto. Il contributo federale esiste, ma è riservato ai sistemi giovanili di vertice e copre solo una porzione dei costi reali.

Da qui si capisce meglio quello che dall’esterno sembra semplice attivismo. La rete di società satellite sul territorio italiano, i Talent Day a iscrizione aperta condotti dallo staff romano, la prima master clinic online italiana per allenatori, preparatori e fisioterapisti, il programma con Wep per le atlete straniere che unisce scuola e campo, la partnership con Aced (qui il link per l’approfondimento sulla start-up innovativa) per un Talent Hub sui dati, l’esperienza con Athletes in Action in Ohio che ha contribuito ad aprire il canale verso il sistema universitario americano, percorso intrapreso fra le altre da Decelise Champion. E l’accordo triennale con Chieri ‘76, firmato l’11 novembre 2025, con opzione per altri tre anni. Un passo di per sè unico nel panorama, che ha come obiettivo quello di fornire un’ulteriore linea di continuità nel percorso di crescita.

Non sono iniziative accessorie. Sono tentativi di costruire ricavi che non dipendano dal mercato delle atlete. Che è il modo elegante per dire che quel mercato, oggi, non paga abbastanza. Nel frattempo i costi salgono anche da un’altra parte. Per il 2025/26 la FIPAV ha alzato affiliazioni, tesseramenti e iscrizioni: il tesseramento di un’atleta straniera verso la Serie A è passato da mille a duemila euro, e le tasse di iscrizione sono cresciute soprattutto nelle categorie minori, fino al 25,6 per cento in B2 femminile. Chi iscrive più squadre paga di più. Cioè i settori giovanili strutturati.

Lo svincolo, spiegato bene

Qui serve una precisazione, perché in giro si sente ripetere che oggi un’atleta si svincola a costo zero. Non è esatto, e chi lo dice si espone. Con l’abolizione del vincolo sportivo prevista dal decreto legislativo 36 del 2021, il tesseramento si rinnova in automatico ma l’atleta può recedere entro il 31 marzo con una PEC. La FIPAV ha risposto istituendo tre strumenti: premio di formazione tecnica, premio di tesseramento per i minorenni, premio di compensazione. Tutti calcolati su tabelle che tengono conto di età, categoria di provenienza e categoria di destinazione.

Il meccanismo, quindi, esiste. Il punto è come funziona. È un diritto di credito e non blocca il nuovo tesseramento. Gli importi seguono tabelle standard, non l’investimento realmente sostenuto. E all’inizio del 2025 l’organo arbitrale competente a dichiarare l’inadempimento non era ancora stato istituito.

Applicato a un percorso residenziale di cinque anni, è una copertura parziale. Non zero, parziale. La differenza conta, ma non cambia la conclusione. Ci si mette poi un incentivo che tira nella direzione opposta. Per un club di Serie A prendere un’atleta già formata, senza la necessità di pagare un cartellino, è certamente più prudente che scommettere su una diciottenne, per la quale va corrisposto un premio formativo (in caso non si tratti di un semplice prestito). L’usato garantito costa meno rischi. Il risultato è che il valore di scambio di un’atleta formata si comprime proprio mentre il costo di formarla aumenta. Chi produce paga di più e incassa di meno.

Il limite di cui non si parla

C’è poi un altro aspetto, più delicato e meno immediato, che merita di essere considerato. Un polo centralizzato può inevitabilmente portare a concentrare una parte del talento lontano dai territori di provenienza. Dal punto di vista tecnico, questo può rappresentare un’opportunità importante. Dal punto di vista della crescita del movimento e della valorizzazione dei vivai locali, invece, apre una riflessione più ampia. È proprio per questo che, in realtà come Volleyrò, si è cercato di sviluppare un modello che non si limiti a individuare e portare a Roma le atlete più promettenti, ma che provi anche a valorizzare il lavoro dei piccoli club e il ruolo dei territori. Volleyrò Net nasce anche con questo obiettivo: creare rapporti di networking, riconoscere il lavoro svolto dalle società e, dove possibile, accompagnarlo anche attraverso incentivi economici e forme concrete di collaborazione.

Perché quando una società di provincia accompagna una ragazza fino a un certo livello, non sta formando soltanto una giocatrice. Attorno a quella ragazza si è spesso costruita una piccola comunità fatta di famiglie, volontari, dirigenti e appassionati. È quella che, in termini di connection economy, può essere considerata una delle infrastrutture più preziose di un club territoriale. Il tema, quindi, non è contrapporre centralizzazione e territorio, né mettere in discussione il valore dei poli di eccellenza. È piuttosto trovare un equilibrio che permetta al vertice di crescere senza indebolire la rete che, dal basso, alimenta quotidianamente il movimento. La sfida è fare in modo che la crescita di un’atleta possa rappresentare un’opportunità anche per il club e per il territorio che l’hanno accompagnata nei primi passi.

Allora, si può?

Torno alla domanda iniziale. La risposta breve è che si può, ma a condizioni che non dipendono da chi fa il lavoro. Il Volleyrò sta in piedi perché ha sponsor privati che ci credono, perché ha costruito partnership come quella con Chieri, perché ha aperto canali internazionali e perché ha iniziato a vendere metodo e formazione invece che solo atlete. Tutte leve extra federali. Tutte costruite dal club, non dal sistema.

Il che porta a una conclusione poco comoda: l’eccellenza giovanile italiana esiste nonostante il quadro in cui opera, non grazie a esso. Va avanti finché qualcuno è disposto a finanziarla, mentre regole e costi premiano chi non lo fa.

La domanda che in società si pongono ogni giorno è: abbiamo costruito l’ecosistema che crea l’atleta, ma dopo, l’atleta che fa? Io ne aggiungo una seconda, meno elegante. Quante società sarebbero disposte oggi a rifare quello che ha fatto il Volleyrò, sapendo quanto costa e quanto poco torna indietro?

Se la risposta è “poche”, il problema non è di Roma. È nostro.