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# Terzi al mondo senza aver giocato
- URL: https://fuori-rete.ghost.io/terzi-al-mondo-senza-aver-giocato/
- Published: 2026-07-10T07:13:54.000Z
- Updated: 2026-10-19T19:13:54.000Z
- Description: L'8 luglio la FIVB ha riammesso le nazionali russe restituendo loro esattamente il punteggio che avevano nel 2022. Il ranking non è passato. Il volley, intorno, sì.
- Author: Laerte Salvini
- Tags: Newsletter, #Migrated-1792437011359, #Import 2026-10-19 19:13

La riammissione della Russia è un fatto che prima o poi sarebbe arrivato. Lo scrivo senza sorpresa e senza scandalo: chi ha seguito le federazioni internazionali negli ultimi anni sapeva che il tempo delle esclusioni totali, per un movimento sportivo, ha una durata biologica precisa, quella oltre la quale il costo di tenere fuori un attore diventa più alto del costo di riammetterlo. Il rischio di toccare temi politici, raccontare imprecisioni, o punti parziali di una stessa storia, è alto. Come sempre Fuori Rete vuole essere uno spazio di dibattito, riflessione, e approfondimento sociale ed economico sul mondo della pallavolo, niente di diverso. Quello che mi interessa, allora, non è tanto la notizia in sé, quanto il momento in cui arriva. Perché la Russia torna in un volley che non è più quello che aveva lasciato nel marzo 2022.

Torna in un movimento che sta vivendo la più profonda trasformazione del proprio baricentro economico da decenni. La Turchia, che nel femminile ha costruito un sistema dominante attorno a VakıfBank ed Eczacıbaşı, sta provando la stessa operazione anche nel maschile, spinta da un modello di sostegno statale e da un fisco che rende i suoi club competitivi su ingaggi che in Italia sarebbero insostenibili. Il Giappone ha rifondato il proprio campionato nel 2024 con la SV.League, dove la “S” sta per Strong, Spread, Society, dandosi esplicitamente l’obiettivo di diventare entro il 2030 il campionato più forte del mondo e imponendo ai club standard da lega professionistica vera: palazzetti da almeno cinquemila posti, licenze, ricavi certificati. Negli Stati Uniti la League One Volleyball, nata come rete di club giovanili nel 2020, ha lanciato il suo primo torneo professionistico femminile con investitori come Kevin Durant e Billie Jean King, e ha già annunciato l’espansione a Los Angeles, San Francisco e Minnesota entro il 2027.

Io su questo ho una posizione netta, e non la nascondo: mi sembra che vada tutto nella direzione giusta. Più competizione significa più stimoli, più mercati significa più opportunità per gli atleti, più globalizzazione significa un gioco che smette di essere una faccenda europea e diventa qualcosa di realmente mondiale. Con tutti i difetti del caso, dalla concorrenza fiscale sleale ai calendari che si affollano, fino ai club storici che rischiano di non tenere il passo, resto convinto che alla fine a guadagnarci sia il gioco. È in questo contesto che l’Italia si trova a fare i conti con il ritorno di quello che, per il maschile, era storicamente uno degli avversari più temibili, e che per il femminile è stato per anni un ostacolo sulla strada di ogni trofeo.

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## Il numero che spiega tutto: terzo posto

Se c’è un dato che racconta questa vicenda meglio di qualunque comunicato, è il ranking mondiale FIVB aggiornato all’8 luglio 2026, il giorno stesso della decisione.

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foto raccolta da iVolleymagazine.it

Al primo posto la Polonia, con 377,54 punti. Al secondo l’Italia, 367,53\. Al terzo, dopo quattro anni e quattro mesi senza giocare una singola partita internazionale, la Russia, con 352,10\. Poi USA, Giappone, Slovenia.

Fermiamoci un attimo su questo. La FIVB, nel proprio comunicato ufficiale, ha scritto che *“le squadre nazionali russe saranno reinserite nella classifica mondiale con gli stessi punti che avevano al momento del congelamento dei loro punteggi”*. Tradotto: il tempo, per il ranking russo, non è passato. La nazionale maschile rientra esattamente dove l’avevamo lasciata, sul podio virtuale del volley mondiale, a quindici punti dall’Italia. La femminile rientra nona.

Non è un dettaglio tecnico, perché quel terzo posto non è un piazzamento: è un lasciapassare. Come ha spiegato alla TASS il presidente della Federazione Russa, Stanislav Shevchenko, quelle posizioni consentono di qualificarsi per i Giochi Olimpici di Los Angeles. E secondo il nuovo sistema di qualificazione della Nations League, la Russia entrerà nel torneo 2027 come squadra meglio classificata tra quelle che non hanno partecipato all’edizione 2026, cioè con una corsia preferenziale che nessun’altra federazione ha dovuto conquistarsi sul campo.

C’è qualcosa di vertiginoso nel pensarci: mentre l’Italia vinceva un Mondiale, la Polonia costruiva il primo posto, il Giappone e gli Stati Uniti si giocavano ogni estate la Nations League, il terzo miglior punteggio del pianeta stava fermo, congelato, ad aspettare.

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## Come ci siamo arrivati, senza girarci intorno

Va detta una cosa che spesso si dimentica: il volley russo non è caduto da una posizione di normalità piena. Tutto è successo il 1° marzo 2022, è stato un blackout improvviso, netto, senza vie di mezzo. CEV e FIVB escludono tutto: nazionali, club, atleti, tecnici. Nessuna neutralità individuale come nel tennis, nessuna bandiera bianca come nel ciclismo. Il volley, sport di squadra e quindi sport di rappresentanza collettiva, sceglie la strada più drastica. E lo stesso giorno la FIVB fa una cosa che vale la pena ricordare, perché ne pagherà le conseguenze legali per anni: sposta i Mondiali maschili del 2022 dalla Russia alla Polonia e alla Slovenia. La federazione russa presenta ricorso all’organo di appello della FIVB, chiedendo il risarcimento dei costi sostenuti per organizzare un evento che non ha mai ospitato. Quel contenzioso, oggi, è ancora aperto, e Shevchenko ha appena dichiarato che continuerà a collaborare con la FIVB sulla questione. Una frase che, letta bene, suona meno come una promessa di collaborazione e più come un promemoria.

Da quel giorno alla riammissione dell’8 luglio 2026 sono passati quattro anni e quattro mesi. E sono stati quattro anni di dominio quasi assoluto per noi. Nelle coppe europee maschili: ZAKSA due volte, poi Trento nel 2024, poi Perugia nel 2025 e nel 2026\. Un podio italo-polacco che ha rimpiazzato, quasi seduta stante, il decennio dello Zenit Kazan. Tra le nazionali, l’Italia ha vinto il Mondiale 2022, l’ha rivinto nel 2025, e nel mezzo si è costruita con la Polonia una rivalità che oggi conta 32 precedenti quasi perfettamente in equilibrio. Nel femminile, il ciclo di Velasco, due Nations League, l’oro olimpico di Parigi e il Mondiale di Bangkok, ha coinciso con la stessa finestra temporale.

Non sto dicendo che abbiamo vinto *perché* la Russia non c’era. Sarebbe ingeneroso verso una generazione che sul campo ha dimostrato di essere la più forte. Sto dicendo che il vuoto dei collettivi russi ha inevitabilmente spostato il baricentro dei risultati sportivi. Tanto o poco sarebbe difficile quantificarlo, ma negare la coincidenza sarebbe altrettanto disonesto che ridurre tutto a essa. La verità sta in mezzo, come quasi sempre. In Champions il “duello” polacco ha un risvolto già trattato su queste colonne: abbiamo vinto in un tabellone dove mancava chi, prima, ci aveva più volte fermato.

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## Cosa ci dice il rugby sudafricano

Quando ci si chiede cosa succederà adesso, la tentazione è quella della previsione secca. Preferisco guardare a un precedente, perché la storia dello sport ne offre uno perfetto.

Il Sudafrica fu escluso dallo sport internazionale per quasi trent’anni a causa dell’apartheid. Quando rientrò, all’inizio degli anni Novanta, molti si aspettavano un movimento azzerato, arrugginito, da ricostruire. Successe l’opposto: nel 1995, tre anni dopo il rientro, gli Springboks vinsero la Coppa del Mondo giocata in casa. Quella vittoria è passata alla storia per la fotografia di Mandela con la maglia numero 6, ma sportivamente racconta un’altra cosa: il movimento interno era rimasto forte anche nell’isolamento, perché il campionato nazionale non si era mai fermato, e perché erano continuati contatti informali, tour semi-clandestini, occasioni di confronto con squadre straniere. La bandiera era fuori dal mondo. Il gioco, dentro, aveva continuato a giocarsi.

Vale la pena tenerlo presente. Perché anche la Superliga russa, in questi quattro anni, non si è mai fermata. Il bando riguardava le competizioni internazionali, non il campionato interno. E soprattutto non ha mai smesso di essere un mercato appetibile. Il cubano Marlon Yant lascia la Lube per lo Zenit San Pietroburgo nel 2024, con un ingaggio che secondo il suo direttore generale era il triplo di quello italiano. Il palleggiatore azzurro Mattia Boninfante, ventiduenne, fa lo stesso viaggio nel maggio 2026, verso lo stesso club. Si potrebbe parlare poi di Romanò e dei tanti campioni internazionali che hanno contribuito alla crescita di un campionato da molti definito tra i più forti a livello globale.

## La voce che manca in questa storia

C’è però una cosa che non si può liquidare come tecnicismo, ed è il motivo per cui questo pezzo non può finire con un ragionamento di mercato.

Il 9 luglio, il giorno dopo il comunicato FIVB, Oleh Plotnytskyi ha pubblicato un post su Instagram. Plotnytskyi non è un funzionario né un politico: è lo schiacciatore ucraino della Sir Safety Perugia, uno dei giocatori più forti del nostro campionato, uno che il pubblico italiano applaude ogni domenica. Ha scritto, tra le altre cose: *“Lo sport non esiste al di fuori della realtà.”* E ancora: *“Ogni decisione volta a ripristinare la posizione della Russia nello sport manda il messaggio che i crimini di guerra, le città distrutte, i bambini uccisi e le famiglie devastate possano, alla fine, essere trascurati.”* Ha chiuso dicendo di opporsi a ogni guerra, indipendentemente da chi la inizi, e che lo sport dovrebbe rappresentare pace, rispetto e dignità umana, non premiare chi le distrugge.

Questa vicenda ha due piani che non coincidono, e fingere che coincidano è il modo più veloce per non capirla. C’è il piano delle decisioni, chi riammettere e quando e a quali condizioni, sul quale le posizioni sono legittime e distanti, e su cui chi quella guerra la sta vivendo ha una voce che nessun osservatore può sostituire. E c’è il piano di cosa succede sul campo, dove si può ragionare con strumenti diversi. Sono due discorsi separati, e questo pezzo si occupa del secondo senza pretendere che il primo non esista.

## Come tornerà, allora

Shevchenko ha già disegnato il calendario del rientro, e vale la pena leggerlo perché è un documento di realismo: le squadre di beach volley verranno iscritte subito alle competizioni internazionali; per la pallavolo indoor niente da fare nel 2026, né Europei maschili né femminili, le liste sono chiuse; il ritorno pieno è previsto per il 2027, con la Nations League e, potenzialmente, il Mondiale. Per i club, la parola spetta al Consiglio di Amministrazione della CEV, che ha in programma una riunione sul tema.

È un rientro costruito gradualmente, che segue un copione che negli sport si ripete quasi sempre uguale: prima le giovanili, dicembre 2025 la FIVB e marzo 2026 la CEV, poi gli adulti. **Prima dove fa meno rumore, poi dove fa notizia**. Chi conosce la governance sportiva sa che non è mai un caso: le categorie giovanili sono il banco di prova su cui si misura la reazione dell’opinione pubblica prima di prendere la decisione vera. E c’era stato anche un antipasto: nel maggio 2025, a Belgrado, un’amichevole Serbia-Russia con il presidente della CEV in tribuna. Allora sembrò folklore. Oggi, riletto, sembra l’inizio di tutto.

Restano tre incognite che meritano di essere seguite più delle dichiarazioni di questi giorni.

La prima è la bandiera. La FIVB ha scritto che l’esposizione della bandiera russa, dell’inno e dei simboli sarà decisa “a tempo debito”, insieme alla CEV. È il punto simbolicamente più caldo, e quello su cui si misurerà se la riammissione sia sostanziale o soltanto procedurale.

La seconda sono i club. Finché la CEV non decide, l’equilibrio italo-polacco e italo-turco costruito in questi anni resta congelato così com’è. Quando deciderà, il vero test non sarà tecnico ma economico: un movimento che nel frattempo ha visto nascere la SV.League, la crescita di altri campionati come quello turco e la LOVB avrà interesse a fare spazio, di nuovo, anche allo Zenit?

La terza è la più umana. Ci sono ragazzi e ragazze russe che nel 2022 avevano vent’anni e oggi ne hanno ventiquattro: hanno saltato l’intera fase in cui un pallavolista costruisce l’esperienza internazionale che poi lo rende un veterano affidabile. La Superliga li ha tenuti in forma, ma non li ha portati a giocare un quinto set in un Mondiale. Il ranking dice terzo posto. Il ranking, però, non ha giocato quelle partite. Il vero banco di prova non sarà il primo torneo del rientro: sarà quello che vedremo tra tre o quattro anni, quando capiremo se quella generazione di mezzo è riuscita comunque a maturare, o se il blackout di confronto internazionale ha lasciato un buco che 352 punti non riescono a nascondere.

## Una chiusura, senza sentenze

Lo sport non si è mai svolto in una stanza separata dal resto, e questa vicenda lo dimostra da entrambi i lati: le esclusioni sono decisioni, le riammissioni pure, e chiunque le racconti come atti puramente tecnici sta semplificando.

Quello che si può osservare, sul campo, è un movimento in piena espansione globale che ha imparato a giocare senza uno dei suoi protagonisti storici, e che ora dovrà decidere quanto spazio fargli. La storia di altri sport ci dice che, prima o poi, i grandi tornano. La storia dei mercati ci dice che, quando un sistema si riorganizza attorno a un’assenza prolungata, raramente ha fretta di tornare com’era.

Il dibattito attorno alla questione russa, restando lontani dal conflitto in corso e restando solamente al volley, è acceso e ricco di sfaccettature. Basta fare un rapido giro sui social per capire i punti di vista del pubblico consumatore. In molti hanno espresso approvazione. Altri vorrebbero più chiarezza. Tanti vedono solo politica. In mezzo, una comunicazione parziale che, un po’ come una ferita mai rimarginata, fa male ad ogni tocco.