Velasco e quei semplici insegnamenti che fanno la differenza
Mentre l’Italia femminile di Julio Velasco continua a vincere, aumentando la striscia di imbattibilità in questa Volleyball Nations League 2026, e proseguendo una striscia aperta da due anni che comprende un oro olimpico e un titolo mondiale, il suo allenatore ha fatto qualcosa che sul piano dei risultati non gli serviva affatto: si è seduto per oltre due ore nel seminterrato di Gianluca Gazzoli, al BSMT, il podcast diventato uno dei fenomeni mediatici italiani più rilevanti degli ultimi anni, e ha parlato. Non di schemi, non di formazioni, non di avversari. Ha parlato di come si insegna, di come si sbaglia, di come si tratta una persona, di come si comunica un’idea perché arrivi davvero a destinazione.
Fuori Rete si occupa di comunicazione, sport e business applicati alla pallavolo, e per questa volta ho deciso di lasciare da parte i numeri e le teorie economiche per fare una cosa diversa: smontare il modo in cui Velasco parla. Perché il punto, in quella conversazione, non sono tanto le cose che dice, che molti già conoscono, quanto il come le dice, l’architettura comunicativa che le sostiene. E quell’architettura, una volta isolata, somiglia in modo impressionante a un manuale di leadership applicabile a qualsiasi organizzazione, dentro e fuori da un palazzetto.
Ho isolato cinque principi. Non sono i temi dell’intervista: sono i meccanismi comunicativi che la attraversano, le mosse retoriche e relazionali che spiegano perché un allenatore di pallavolo sia diventato, suo malgrado, una delle voci più ascoltate del paese su educazione e leadership. Li metto in fila, ciascuno ancorato a ciò che ha detto, con un’attenzione costante a perché funzionano e perché vale la pena parlarne ora. Come sempre, vi auguro una buona lettura!
Primo principio: il destinatario è il messaggio
Iniziamo partendo dal momento dell’intervista in cui Velasco enuncia quella che è, a tutti gli effetti, la sua teoria della comunicazione. Dice che ciò che conta non è ciò che l’allenatore dice, che vale zero, ma ciò che il giocatore riceve di quello che è stato detto. Il destino del messaggio, non la sua origine. Lo diciamo in un modo, e o non si capisce, o si interpreta male, o non arriva intero: quello che arriva è l’unica cosa che conta.
“Come arriva il messaggio, il destino del messaggio, non è l’origine del messaggio”, dice. È un principio che in teoria della comunicazione ha un nome, la centratura sul ricevente, ma che quasi nessuno applica davvero, perché ribalta l’istinto naturale di chi comunica, ossia concentrarsi su quanto bene ha formulato il proprio pensiero. Velasco sposta tutto il peso dall’emittente al destinatario, e ne fa una disciplina operativa: bisogna stare continuamente attenti a come il messaggio viene ricevuto, e correggere di conseguenza, con una chiacchierata breve o lunga, mettendosi sempre nei panni dell’altro. “Non ha nessuna importanza quello che noi diciamo, proprio zero”, arriva a dire degli allenatori; “tutta l’importanza è quello che ricevono loro”. Mettersi nei panni dell’altro, precisa, “non vuol dire essere condiscendenti”, ma capire come quell’altro sta decodificando.
La forza di questo principio è che è auto-applicante: Velasco lo enuncia e contemporaneamente lo pratica. Per tutta l’intervista non spiega concetti, li traduce in immagini concrete, perché sa che è la traduzione, non il concetto, a fare presa. Ed è esattamente la ragione per cui le sue frasi circolano: sono costruite per essere ricevute, non per essere dette.
Secondo principio: insegnare per immagini, mai per astrazioni
Questo è forse il tratto più riconoscibile del suo stile, ed è il motore della sua viralità. Velasco non argomenta in astratto quasi mai. Ogni concetto viene immediatamente agganciato a un’immagine fisica, quotidiana, che il destinatario può vedere.
Per spiegare l’apprendimento per tentativi ed errori non parla di feedback loop, ma racconta del garage stretto: “Primo giorno rompi lo specchietto di sinistra, allora vai un po’ più a destra, rompi quello di destra”, finché trovi la traiettoria che non rompe niente, “anche se è stretto”. Per spiegare lo stesso meccanismo nei bambini, parla delle biciclette senza pedali che hanno sostituito le rotelle, perché le rotelle non davano feedback e quando le toglievi si ricominciava da capo. Per spiegare il senso del lasciare andare i figli, e per estensione i giocatori, evoca l’uccello che porta in alto il piccolo e lo molla, e o vola o si schianta. Per spiegare l’autonomia di una squadra, descrive il momento in cui le sue giocatrici si alzano da pranzo, alle Olimpiadi, per fare una riunione decisa e gestita da loro, di cui lui non ha mai chiesto il contenuto.
Il principio comunicativo sottostante è che l’immagine concreta bypassa la resistenza cognitiva e si fissa nella memoria in un modo che l’astrazione non potrà mai. Chi ascolta non deve sforzarsi di capire: vede. È la stessa ragione per cui le parabole funzionano da millenni, e non è un caso che Velasco, che ha studiato filosofia, costruisca il suo discorso come una sequenza di piccole parabole laiche. Per una newsletter che si occupa di comunicazione, questa è la lezione tecnica più esportabile dell’intera conversazione: la differenza tra essere ascoltati e essere ricordati passa quasi sempre dalla capacità di trasformare un’idea in un’immagine.
Terzo principio: rifiutare il ruolo che gli altri vogliono assegnarti
Uno degli aspetti più sottili dell’intervista è il modo in cui Velasco gestisce la propria immagine pubblica. Gazzoli lo introduce quasi come una guida spirituale, e Velasco, con grande lucidità, smonta quel ruolo invece di accettarlo. “Io non mi prendo troppo sul serio”, dice, e racconta di aver chiarito di persona che molte delle frasi che gli vengono attribuite non le ha mai pronunciate, rifiutando esplicitamente l’idea di poter parlare di tutto: “a volte sembra che io posso parlare di tutto, dare consigli su tutto, non è così”. Distingue con nettezza ciò su cui ha competenza, lo sport e l’insegnamento, da ciò su cui non si permette di pontificare, e racconta di rifiutare gli inviti a tenere conferenze aziendali su come vivere, perché “non mi trova d’accordo”.
Questa è una mossa comunicativa controintuitiva e potentissima. In un’epoca in cui chiunque abbia un minimo di autorevolezza in un campo tende a estenderla a ogni argomento, Velasco fa l’opposto: restringe deliberatamente il proprio perimetro. E così facendo, paradossalmente, rafforza la propria credibilità su ciò che gli resta dentro il perimetro. Lo stesso meccanismo per cui le sue frasi sono diventate mitologiche, dice, lo lascia diffidente: le definisce un meccanismo dei tempi di internet, dove chi ha successo in qualcosa diventa improvvisamente esperto di tutto, finché non appare il prossimo. Si chiama, in chi studia la reputazione, gestione del capitale di credibilità: non spenderlo dove non vale, per non svalutarlo dove vale.
Ne emerge anche una critica implicita al funzionamento del sistema mediatico in cui lui stesso si trova, quel BSMT che è insieme la cassa di risonanza del suo pensiero e un esempio del meccanismo di cui diffida. È una tensione che rende l’intervista più onesta di tante altre, e che merita di essere notata proprio perché Velasco non la nasconde.
Quarto principio: la differenza prima della regola
Quando Velasco affronta il tema più delicato, le differenze comunicative tra come ha allenato gli uomini e come allena le donne, fa una cosa che dal punto di vista retorico è notevole: rinuncia alla regola universale e abbraccia la differenziazione, pur sapendo di camminare su un terreno scivoloso.
Spiega che con i maschi, ai massimi livelli, funziona la retorica della sfida, i muscoli tesi, i guerrieri; mentre con le donne, che descrive come più autoesigenti, l’approccio efficace è opposto. “Con le donne, secondo me, bisogna abbassare l’ansia”, dice, incentivare il rischio, rassicurare sul fatto che sbagliare è parte dell’imparare: “non vi preoccupate se sbagliate, provate”. Racconta l’aneddoto della finale Under 14 in Argentina preparata come una scena da film americano, con la carica drammatica del discorso motivazionale, e il disastro che ne seguì: “erano paralizzati, i bambini”. La carica che funziona sui campioni adulti distrugge i ragazzini.
Il principio comunicativo qui è che non esiste un messaggio giusto in assoluto, esiste solo il messaggio giusto per quel destinatario in quel contesto. Ed è coerente con il primo principio: se conta come arriva il messaggio, allora bisogna modulare il messaggio sul ricevente. Velasco ha l’accortezza di disinnescare le obiezioni mentre parla, ripetendo che non sta generalizzando, che ci sono eccezioni, che alcuni grandi allenatori trattano i due gruppi allo stesso modo e vincono. Questa cautela retorica, il non assolutizzare mai la propria tesi, è essa stessa una tecnica comunicativa che rende le sue affermazioni più difficili da attaccare e quindi più persuasive.
Quinto principio: la frase che disinnesca, non quella che carica
Velasco è celebre per alcune frasi diventate proverbiali, e nell’intervista ne ripercorre la genesi. La più famosa, “chi vince festeggia e chi perde spiega”, nasce nel 1994 come reazione precisa a chi cercava alibi dopo una vittoria: non un aforisma costruito a tavolino, ma una battuta nata utile in un momento utile. Lui stesso ammette di non pronunciarle pensando di coniare massime: “io non le dico pensando che io la dico perché mi è utile lì per lì”.
Ma la cosa più interessante è la funzione delle sue frasi-chiave. Quasi tutte servono a togliere pressione, non ad aggiungerla. “Bisogna saper giocare male”, dice, intendendo che nei giorni storti devi accettare di rendere cinque invece di otto, senza precipitare a quattro, a tre. “Possiamo soffrire ma non subire.” “Possiamo perdere, ma non mollare.” Sono formule che ridefiniscono il fallimento come parte del gioco, che danno il permesso di non essere perfetti. È la stessa filosofia con cui smonta l’ossessione del risultato, raccontando di aver dato due settimane di pausa alle sue stelle per fargli accumulare fame, “lasciali un attimo che accumulino fame”, e con cui rilegge l’obbligo di vincere come “una mentalità feudale”, dove chi è nobile lo resta a vita, opposta a una mentalità moderna dove puoi cadere e risalire.
Qui c’è una lezione che vale ben oltre lo sport. La retorica motivazionale dominante, quella del successo a ogni costo, carica le persone di aspettative. Velasco fa il contrario: comunica per alleggerire, perché ha capito che la prestazione massima nasce dalla riduzione dell’ansia, non dalla sua amplificazione. E lo dice con un paradosso che è anche una strategia: proteggere la squadra dall’obbligo di vincere è, per lui, il modo più affidabile per continuare a vincere. In un panorama mediatico che amplifica di continuo la posta in gioco, una comunicazione che la abbassa è quasi sovversiva, e probabilmente è anche per questo che colpisce così tanto.
Outro
Come da prassi, riassumo qui i temi principali dello studio odierno, con la speranza che possa essere sempre motivo di confronto e dibattito.
Il destinatario è il messaggio: Velasco sposta tutto il peso comunicativo dall’emittente al ricevente. Conta solo ciò che arriva, non ciò che si dice, e questo impone una correzione continua e un costante mettersi nei panni dell’altro. È un principio che lui enuncia e pratica simultaneamente.
Insegnare per immagini: ogni concetto viene tradotto in un’immagine fisica e quotidiana, dal garage stretto alle biciclette senza pedali. L’immagine bypassa la resistenza cognitiva e si fissa nella memoria. È il motore della sua viralità e la lezione tecnica più esportabile dell’intervista.
Rifiutare il ruolo assegnato: invece di accettare l’investitura di guru, Velasco restringe deliberatamente il proprio perimetro di competenza, e così rafforza la credibilità su ciò che vi resta dentro. È gestione consapevole del capitale reputazionale, con una critica implicita al meccanismo mediatico che lo ha reso celebre.
La differenza prima della regola: sul terreno scivoloso delle differenze tra allenare uomini e donne, rinuncia alla regola universale e modula il messaggio sul destinatario, disinnescando le obiezioni con la cautela del non generalizzare mai. Coerente con il primo principio.
La frase che disinnesca: le sue formule proverbiali servono quasi tutte a togliere pressione, non ad aggiungerla. Saper giocare male, soffrire senza subire, perdere senza mollare: una comunicazione che alleggerisce in un’epoca che carica, e che fa della riduzione dell’ansia la via paradossale verso la prestazione.
Il filo che lega i cinque principi è uno solo: Velasco comunica come allena, mettendo sempre l’altro al centro. Non parla per farsi capire, parla per far capire. E in un tempo in cui quasi tutti comunicano per affermarsi, un uomo che ha vinto tutto e che parla per alleggerire chi lo ascolta resta, semplicemente, di un’altra categoria.